N.15 - Scrivere bene: perché? Per chi?

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È vero, inostri ragazzi non anno scrivere, come denuncia l’appello dei seicento. È vero, la colpa è del Sessantotto e della sua cultura e anche di Tullio De Mauro, come osserva sul Corriere Galli della Loggia. È vero, la scuola “di una volta” aveva un percorso liceale più strutturato, come lamenta Cacciari su Repubblica. Tutto vero. Ma.

Ma, tanto per cominciare, la buona scuola “di una volta” che sfornava universitari dalla penna perfetta non si curava dei mille e mille figli di contadini e di operai che all’università non arrivavano: chi non imparava a scrivere rimaneva per strada, e buonanotte. Insegnare a scrivere nell’epoca della scuola di massa è un’altra cosa, è un problema che non si risolve con la nostalgia.
Ma, per proseguire, noi in Italia paghiamo una concezione retorica della lingua. Per noi la lingua è l’ancella della letteratura. Nelle nostre scuole difficilmente si lavora sulla lingua in quanto tale, come strumento di comunicazione a tutti i livelli e con mille funzioni. I tentativi, non di rado intelligenti, di costruire quadri di competenze linguistiche descrivibili e osservabili, in modo da avere una mappatura dettagliata del livello a cui sono i nostri ragazzi e provare a pensare percorsi specifici per questa o quella abilità, questa o quella difficoltà, sono per lo più rimasti lettera morta, e capita spesso di sentir dire che “nelle materie umanistiche quello che conta è la relazione”, e che per i nostri ragazzi i voti troppo spesso cadano dal cielo senza che diventino l’inizio di un lavoro guidato per migliorare (un interessantissimo dibattito in proposito è uscito qualche tempo fa su Libertà di educazione).
Ma soprattutto, dietro il problema dell’incompetenza nella scrittura sta una questione più radicale. Quando facciamo notare loro gli errori, i ragazzi il più delle volte alzano le spalle. Perché? Ipotizzo: perché quello che scrivono non gli interessa; perché non gli interessa quello a cui scrivono (sanno benissimo che all’insegnante non importa nulla di loro); perché “tanto si capisce, no?”. Mi ha illuminato un colloquio con un’amica che lavora per una prestigiosa casa editrice, corso di aggiornamento per dirigenti condotto da un’importante ente di formazione, “le slide erano piene di imprecisioni”. Senza scomodare Péguy e la sua pagina memorabile sul gusto del lavoro ben fatto, direi che è questo che manca, alla base: un interesse, un gusto vero per la realtà: per quel che esiste, per quel che accade, per raccontare quel che esiste e accade, per le persone a cui raccontarlo, e perciò per il modo, lo strumento con cui racconto.
Vaste programme, si dirà. Ma al CFP di Lodi, anni fa, i ragazzini del primo anno li mettevano a scrivere per il giornalino della scuola. Un giornalino serio, fatto bene, che girava molto in città, in cui i ragazzi raccontavano di sé, della propria vita, della scuola. “Prof, ma allora quello che scriviamo lo leggono tutti?” “Certo!” “Allora dobbiamo scrivere bene!”.