Quali servizi sono dovuti agli insegnanti in caso di sciopero ad adesione parziale?

Domanda: Sono una insegnante della scuola dell'infanzia statale, il mio Dirigente Scolastico in caso di sciopero suo e del collaboratore scolastico di turno per l'apertura del cancello di accesso alla scuola dove insegno, dà disposizione alla segreteria di non concedere ad altri, anche se disponibili, il permesso all'apertura. Questo, di fatto, impedisce ai docenti che non aderiscono allo sciopero, di entrare in servizio con i bambini.
Esiste una normativa che, oltre a tutelare il diritto allo sciopero, tuteli anche gli insegnanti per lo svolgimento regolare del loro servizio?
Non partecipo allo sciopero, sono in servizio senza bambini (perchè hanno trovato la scuola chiusa: leggi sopra…) ed il mio orario prevede la permanenza a scuola dalle ore 10.00 alle ore 16.00, pranzo compreso. Ho diritto comunque al pasto come in un normale giorno di servizio?


Risposta: La norma di riferimento è costituita dalla legge n. 146/90, che regolamenta il funzionamento dei servizi pubblici essenziali in caso di sciopero del personale, e dai successivi Accordi attuativi di comparto.
L’art. 1 della legge 146/90, tra i servizi da tutelare in caso di sciopero, include «l'istruzione pubblica, con particolare riferimento all'esigenza di assicurare la continuità dei servizi degli asili nido, delle scuole materne e delle scuole elementari, nonché lo svolgimento degli scrutini finali e degli esami, e l'istruzione universitaria, con particolare riferimento agli esami conclusivi dei cicli di istruzione» (comma 2, lettera d).
L’art. 2, comma 3, dell’Accordo allegato al CCNL-Scuola ’99, tuttora vigente, prescrive che «in caso di adesione allo sciopero del capo d’istituto, le relative funzioni aventi carattere di essenzialità e di urgenza saranno svolte, nell’ordine, dal vicario, da uno dei collaboratori o dal docente più anziano d’età in servizio»; identica disposizione è riportata nell’art. 1, comma 3, dell’Accordo 11 luglio 2001 per i Dirigenti dell’Area V. In altri termini, se a scioperare è il Capo d’istituto, dovrà comunicare la propria determinazione al Dirigente Scolastico Regionale, dando indicazioni su chi e come svolgerà le funzioni essenziali di direzione il giorno di sciopero, e potrà sospendere il servizio (le lezioni) solo se non è in grado di garantire neanche un servizio minimo. In nessun caso potrà chiudere la scuola, a meno che tutti i dipendenti abbiano dichiarato esplicitamente di scioperare.
Riguardo al diritto alla fruizione gratuita del pasto, anche in caso di assenza degli allievi, la risposta è affermativa. Infatti, il comma 1 dell’art. 21 del CCNL vigente afferma che «il diritto alla fruizione del servizio di mensa gratuita riguarda il personale docente in servizio in ciascuna classe o sezione durante la refezione», mettendo in relazione il diritto in questione non con la presenza o meno degli allievi, ma con l’orario di servizio assegnato.

Libri di testo per la primaria: cos'è la scelta pluriennale?

Domanda: Gentilissimi, tra breve dovrò adottare i libri di testo per la primaria. Secondo voi cosa intende il Ministero quando parla di scelta pluriennale – quinquennio – per la primaria?
Si intende che il testo adottato deve essere fino alla quinta o come intende qualcun'altro io scelgo per la prima e quello vale per cinque anni? Non è chiaro; in un passaggio precedente scrive che i docenti delle future prime sceglieranno per le classi I, II e III mentre i docenti della future quarte per le stesse e le quinte... Potete aiutarmi a capire?


Risposta: Il comma 3.3 della CM n. 16/09, relativa alle adozioni dei libri di testo per l’a.s. 2009/2010, richiama i nuovi vincoli introdotti dall’art. 5 della legge n. 169/08 in materia di durata e non modificabilità delle adozioni e di restrizioni in materia editoriale. Le adozioni, oltre ai tetti di spesa stabiliti, dovranno rispettare:

  1. la cadenza pluriennale (ogni cinque anni per la scuola primaria e ogni sei per la scuola secondaria di I e di II grado) per l’adozione dei libri di testo;
  2. la non modificabilità delle scelte da parte degli insegnanti e della scuola nell’arco dei due periodi previsti;
  3. la restrizione della scelta ai libri di testo a stampa per i quali l’editore si sia impegnato a mantenere invariato il contenuto per un quinquennio, fatta salva la possibilità per l’editore di trasformare il medesimo libro di testo nella versione on line scaricabile da internet o mista. …
  4. la progressiva transizione ai libri di testo on line o in versione mista a partire dalle adozioni relative all’anno scolastico 2009/2010 in relazione alla disponibilità di proposte editoriali.

A partire dall’anno scolastico 2011-2012, il collegio dei docenti adotta esclusivamente libri utilizzabili nelle versioni on line scaricabili da internet o mista».
La precisazione riportata alla lettera b) chiarisce che nella scuola primaria tutte le nuove adozioni effettuate a partire da quest’anno per una data classe dovranno restare valide per un intero quinquennio, ovvero non possono essere modificate per i prossimi cinque anni (e quindi per le classi di quel dato anno di corso dei prossimi cinque anni). Ciò è ulteriormente confermato dalla lettera c), che per i libri a stampa restringe la scelta dei docenti a quei testi per i quali c’è l’esplicito impegno dell’editore a non apportare modifiche “per un quinquennio”. Nulla a che vedere, quindi, con la durata quinquennale dell’intero percorso primario.
Sempre lo stesso comma precisa poi che i vincoli in questione «si applicano per le nuove adozioni di libri di testo per l’anno scolastico 2009-2010, non per le conferme».

Quanto alla seconda domanda occorre chiarire che la previsione del comma 3.2, per la quale «gli insegnanti attualmente impegnati nelle classi quinte della scuola primaria hanno cura di proporre al collegio dei docenti la scelta dei libri di testo per le classi I, II e III, mentre gli insegnanti impegnati nelle classi terze, i testi per le classi IV e V», deriva dal nuovo assetto ordinamentale definito col D.L.vo n. 59/04 di riforma del I ciclo, che ha modificato anche il complesso dei prodotti editoriali destinati all'adozione (i testi sono ora così ripartiti: “Il libro della prima classe” e “Il libro di Lingua inglese” per il I anno; “Sussidiario” e “Il libro di Lingua inglese” per II e II classe; “Sussidiario dei linguaggi”, “Sussidiario delle discipline” e “Il libro di Lingua inglese” per IV e V classe). La medesima previsione era quindi già presente nelle varie circolari delle adozioni, a partire da quella relativa all’a.s. 2004/05, primo anno di applicazione della riforma; unica differenza riscontrabile nella CM n. 16/09 è che, rispetto alla precedenti, la disposizione sembra essere nel merito più perentoria.

Come conteggiare le ore di insegnamento della regione cattolica


Domanda: Gentile redazione, ho un dubbio in relazione alla proposta di organico che noi dirigenti dobbiamo fare all'USP: in relazione al conteggio delle ore dei docenti di scuola primaria. Come devono essere conteggiate le ore dell'insegnamento della religione cattolica?
Le due ore incidono sul conteggio per la "cattedra" (22 ore) della docente dell'area comune oppure vige ancora quanto specificato nella circolare del M.P. . n° 374 del 4/9/1998 che recita: "si precisa che l'insegnamento della religione cattolica da parte di personale specificatamente incaricato non incide sulla determinazione dell'organico funzionale di istituto..." ?
In attesa di una risposta porgo i più cordiali saluti


Risposta: La risposta è pubblicata sul sito di Cultura Cattolica

Per studenti promossi con "voto di consiglio" occorre anche il 6 in pagella?

Domanda: Stimata redazione, nel nostro collegio docenti si è discusso della valutazione del rendimento scolastico degli studenti nella scuola secondaria di primo grado senza, però, aver trovato una posizione comune e convincente. Pertanto nello specifico si chiede: se si promuove con decisione assunta a maggioranza dal c.d.c. nonostante una o più insufficienze (quindi con nota di accompagnamento per la famiglia), i voti sul documento di valutazione devono essere portati obbligatoriamente a 6 o devono essere mantenuti tali e quali proprio perché accompagnati da tale comunicazione?

Risposta: L'art. 3, comma 3, della legge n. 169/08 stabilisce che: «Nella scuola secondaria di primo grado, sono ammessi alla classe successiva, ovvero al esame di Stato a conclusione del ciclo, gli studenti che hanno ottenuto, con decisione assunta a maggioranza dal consiglio di classe, un voto non inferiore a sei decimi in ciascuna disciplina o gruppo di discipline».
Prima di tutto occorre ricordare che la norma generale stabilisce nella competenza del singolo docente la “proposta” del voto per la propria disciplina, mentre è il Consiglio di Classe a deliberarne la valutazione definitiva. Il voto che il CdC assegna a maggioranza, nella prassi chiamato “voto di consiglio”, costituisce pertanto il voto definitivo da assegnare al allievo, e quindi da riportare nel documento di valutazione ai fini dell’attestazione dell’avvenuta promozione alla classe successiva o ammissione al esame di Stato. In altri termini, per attestare la promozione dell’allievo il documento di valutazione – come la stessa norma prescrive – non può contenere valutazioni inferiori «a sei decimi in ciascuna disciplina o gruppo di discipline». D’altra parte, la nota di accompagnamento per la famiglia attesta che la valutazione è avvenuta a seguito di decisione collegiale, mantenendo memoria scritta della valutazione proposta dal singolo docente.

Un dirigente può negare il periodo di ferie scelto per far gare gli esami di riparazione l'ultima settimana d'agosto?

Domanda: Stimata redazione può un dirigente negare il periodo di ferie scelto
per far gare gli esami di riparazione l'ultima settimana d'agosto?
Non è un mio diritto scegliere le mie ferie anche in relazione alle esigenze dei propri familiari? grazie per la risposta


Risposta: I DDMM n. 42/07 e n. 80/07, e la relativa OM applicativa n. 92/07, costituiscono la normativa che regola il recupero dei debiti scolastici.
In particolare, il DM n. 80 indica nel 31 agosto dell’anno scolastico di riferimento il termine entro il quale «di norma» vanno concluse le operazioni di verifica e scrutinio per la «formulazione del giudizio definitivo che, in caso di esito positivo, comporta l’ammissione dell’alunno alla frequenza della classe successiva».
L’OM n. 92 chiarisce poi che «salvo casi eccezionali, dipendenti da specifiche esigenze organizzative debitamente documentate, le iniziative di recupero, le relative verifiche e le valutazioni finali hanno luogo entro la fine dell’anno scolastico di riferimento». È compito del Collegio dei docenti deliberare la programmazione delle attività di recupero e decidere i tempi delle verifiche del saldo dei debiti, tenendo opportunamente conto delle particolari situazioni dell’istituto.
In una delle risposte alle FAQ riportate nel sito del ministero si chiarisce che le disposizioni contenute nel DM 80 e nell’OM 92 nulla innovano a proposito di ferie estive in quanto il loro godimento resta «un diritto del personale docente ed è fruito su domanda degli interessati durante i periodi di sospensione delle attività didattiche». Il comma 9 dell’art. 13 del vigente CCNL-Scuola precisa a sua volta che «le ferie devono essere fruite dal personale docente durante i periodi di sospensione delle attività didattiche». Pertanto, nel caso in cui il Collegio dei docenti abbia deliberato di concludere nell’ultima decade di agosto le operazioni di verifica e scrutinio dei corsi di recupero estivi, le ferie non possono essere richieste in tale periodo poiché considerato a tutti gli effetti di attività didattica.

Insegnante di primaria con contratto part-time verticale e obblighi contrattuali

Quesito: Sono un'insegnante della scuola primaria con un contratto part-time verticale. Sono tenuta a partecipare agli incontri collegiali (in questo caso scrutini di fine primo quadrimestre) se si tengono nell'unico giorno in cui io non sono in servizio?

Risposta: Il dipendente in part-time verticale è tenuto a prestare il proprio servizio ordinario esclusivamente nei giorni fissati nell’orario, così come risultano dal contratto individuale di lavoro.
Il comma 8 dell’art. 39 del CCNL-Scuola esclude il docente in part-time «dalle attività aggiuntive di insegnamento aventi carattere continuativo», ma non dalla partecipazione alle attività di carattere collegiale per le quali, «tenendo conto della ridotta durata della prestazione e della peculiarità del suo svolgimento, si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni di legge e contrattuali dettate per il rapporto a tempo pieno» (art. 39, c. 8, CCNL). In altri termini, la partecipazione alle attività collegiali rimane obbligatoria, mentre il tetto massimo delle ore è computato in misura proporzionale all’orario part-time in essere, rispetto al monte ore complessivo previsto per quello a tempo pieno e definito al comma 3 dell’art. 29 del CCNL-Scuola («fino a 40 ore annue» per la partecipazione alle riunioni del Collegio dei docenti; «fino a 40 ore annue» per la partecipazione ai consigli di classe; svolgimento degli scrutini).
La norma generale prevede che il contratto individuale di lavoro debba contenere tutte le indicazioni che consentano ad entrambe le parti firmatarie di evitare comportamenti arbitrari e lesivi. Nel caso in questione, se il contratto individuale specifica che al dipendente in part-time verticale non possono essere richieste prestazioni straordinarie (nella fattispecie, la partecipazione alle «attività di carattere collegiale riguardanti tutti i docenti») al di fuori dei giorni di lezione stabiliti, il docente ha diritto a chiedere lo spostamento della riunione. In assenza di clausole specifiche, è tenuto ad essere presente.

Compatibilità tra servizio contemporaneo nella scuola statale e paritaria

Domanda: Sono un'insegnante precaria che da ventitrè anni lavora presso una scuola secondaria di primo grado paritaria con un contratto a tempo indeterminato di 6 ore settimanali.
Quest'anno ho un incarico statale con un contratto a tempo determinato di 18 ore settimanali fino al 30 Giugno 2009.
Il Preside della scuola statale non riconosce la mia funzione di docenza presso la scuola paritaria. Vorrei sapere: lavorare in entrambe le scuole è un diritto che mi puo' essere riconosciuto? C'e' compatibilità tra le due strutture? Grazie.


Risposta: Nessuna incompatibilità di carattere normativo, dato il contratto a tempo determinato nella scuola di Stato e, soprattutto, tenuto conto che la somma dei due incarichi raggiunge le 24 ore settimanali consentite dal contratto di lavoro. Unico problema può essere l'eventuale incompatibilità d'orario tra le due scuole; in questo caso, essendo la scuola con maggior numero di ore quella statale, spetta all'altra adeguare il proprio orario.

Come sono regolati i rapporti individuali dei docenti con le famiglie?

Domanda: Alcuni anni fa, un Preside mi riprese perché avevo ricevuto alcuni genitori in un periodo di tempo inferiore ad un mese dagli scrutini. Mi disse che negli ultimi trenta giorni non è possibile comunicare l'esito degli studenti ai genitori o a persone da loro delegate, in quanto verrebbe meno la collegialità del giudizio e la sua segretezza.
Memore di ciò, stamattina mi sono rifiutato di ricevere un genitore: il Dirigente mi ha invitato a dimostrare quanto da me affermato e, in tutti i casi, per correttezza a comunicarlo per tempo.
Potete aiutarmi a dimostrare che la legge esiste?


Risposta: I rapporti individuali dei docenti con le famiglie degli allievi rientrano tra le attività funzionali all’insegnamento e costituiscono adempimenti dovuti (art. 29, c. 3, CCNL 2006/09). Per assicurare un efficace rapporto con le famiglie compatibilmente con le esigenze di funzionamento della scuola, «il consiglio di istituto sulla base delle proposte del collegio di docenti definisce le modalità e i criteri per lo svolgimento dei rapporti con le famiglie e gli studenti, assicurando la concreta accessibilità al servizio» (art. 29, c. 4). È pertanto compito del collegio dei docenti indicare le modalità organizzative del servizio; tra queste, il numero di ore che ciascun docente deve mettere a disposizione per il ricevimento delle famiglie e gli eventuali periodi di sospensione dei ricevimenti, che solitamente vengono stabiliti in corrispondenza delle valutazioni periodiche intermedie e finali. Ciascuna scuola, pertanto, in autonomia decide se e in quali periodi sospendere l’attività, riportandone notizia nel Piano annuale delle attività, deliberato a inizio anno scolastico dal collegio dei docenti, e dandone informazione alle famiglie.

Riforma della primaria: quante ore di insegnamento per le diverse articolazioni di orario?

Domanda: Sono un'insegnante di scuola primaria.
Girano voci che al tempo pieno resteranno due insegnanti che faranno 22 ore di docenza, con 4 ore di compresenza per classe e la classica divisione delle discipline nei due ambiti, linguistico e matematico, mentre all'ex modulo ciascuna maestra farà 24 ore di docenza, insegnando tutte le materie curricolari, eccetto inglese, religione e poche altre.
Mi sembra un'incredibile disparità di trattamento nei confronti delle insegnanti e dei bambini. È veramente cosi?!?! Grazie.


Risposta: Si tratta di informazioni non rispondenti agli atti legislativi sin qui approvati.
Il 18 dicembre scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato in prima lettura (mancano ancora alcuni passaggi istituzionali prima dell’emanazione definitiva) alcuni regolamenti; fra questi anche quello relativo al riordino del I ciclo, che all'art. 4 si occupa della scuola primaria. Al comma 3, dopo aver precisato che «il tempo scuola della primaria è svolto ai sensi dell’articolo 4 del decreto legge 1° settembre 2008, n. 137, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 ottobre 2008, n. 169, secondo il modello dell’insegnante unico che supera il precedente assetto del modulo e delle compresenze», chiarisce che per l’a.s. 2009/10 e limitatamente alle sole classi iniziali sono previste «differenti articolazioni dell’orario scolastico settimanale a 24, 27, e sino a 30 ore, nei limiti delle risorse dell’organico assegnato; è previsto altresì il modello delle 40 ore, corrispondente al tempo pieno»; per l’adozione di uno o più di tali modelli la scuola dovrà tenere conto delle specifiche richieste delle famiglie. Il comma conclude prescrivendo che «qualora il docente non sia in possesso degli specifici titoli previsti per l’insegnamento della lingua inglese e dei requisiti per l’insegnamento della religione cattolica, tali insegnamenti sono svolti da altri docenti che ne abbiano i titoli o i requisiti».
Per le classi successive alla prima il comma 4 stabilisce poi che si continuino ad applicare «i modelli orario in atto:

  1. 27 ore, corrispondenti all’orario di insegnamento di cui all’articolo 7, comma 1, del decreto legislativo, n. 59 del 2004, con esclusione delle attività opzionali facoltative di cui al comma 2 del medesimo articolo, senza compresenze;
  2. 30 ore comprensive delle attività opzionali facoltative, corrispondente all’orario delle attività di cui all’articolo 7, comma 2, del decreto legislativo, n. 59 del 2004, senza compresenze e nei limiti dell’organico assegnato per l’anno scolastico 2008/2009;
  3. 40 ore corrispondenti al modello di tempo pieno, nei limiti dell’organico assegnato per l’anno scolastico 2008/2009 senza compresenze».

Al successivo comma 6 il regolamento si occupa della dotazione organica di istituto. Sarà determinata «sulla base del fabbisogno del personale docente necessario per soddisfare l’orario delle attività didattiche» mentre, «relativamente alle classi funzionanti secondo il modello previsto dall’articolo 4 del decreto-legge 1° settembre 2008, n. 137, convertito, con modificazioni, dalla Legge 30 ottobre 2008, n. 169, la dotazione è fissata in 27 ore settimanali. La dotazione medesima tiene conto altresì dell’integrazione degli alunni disabili e del funzionamento delle classi a tempo pieno». Per queste ultime (c. 7) «è confermata l’assegnazione di due docenti per classe, eventualmente coadiuvati da insegnanti di religione e di inglese in possesso dei relativi titoli o requisiti». Poiché anche in questo modello l’esclusione delle compresenze produrrà «maggiori disponibilità di orario derivanti dalla presenza di due docenti per classe rispetto alle 40 ore», le eccedenze saranno «utilizzate per la costituzione dell’organico d’istituto».
In definitiva il regolamento, pur confermando le disposizioni del D.L.vo n. 59/04, integrate col modello a 24 ore settimanali della legge n. 169/08, decreta l’abolizione sia dei moduli, sia delle compresenze; vengono mantenuti solo gli “affiancamenti”, laddove necessari.
Quanto alle ore di docenza, il regolamento non modifica la norma contrattuale, la quale stabilisce che l’attività di insegnamento si svolge per tutti i docenti «in 22 ore settimanali nella scuola elementare», cui «vanno aggiunte 2 ore da dedicare, anche in modo flessibile e su base plurisettimanale, alla programmazione didattica da attuarsi in incontri collegiali dei docenti interessati». L’eventuale modifica di questa disposizione potrebbe avvenire solo attraverso una specifica “sequenza contrattuale”, da svolgersi all’ARAN tra Ministero e Organizzazioni Sindacali.


Domanda di assegnazione provvisoria per ricongiungimento con il convivente

Domanda: Vorrei sapere se nelle assegnazioni provvisorie, nel caso in cui la richiesta è per il ricongiungimento col proprio compagno, persona con la quale cioè si convive (nel mio caso padre dei miei figli), vale lo stesso punteggio che per il marito. Grazie.

Risposta: L'art. 7, comma 1, del CCNI riguardante le assegnazioni provvisorie del personale docente relativamente all’a.s. 2008/09, nell'elencare i motivi per i quali può essere richiesta l'assegnazione provvisoria, mette al primo posto il «ricongiungimento al coniuge o al convivente, purché la stabilità della convivenza risulti dalla certificazione anagrafica», al secondo posto viene il «ricongiungimento ai figli o agli affidati con provvedimento giudiziario». Riguardo alle precedenze, l’assegnazione provvisoria nell’ambito dello stesso grado di istruzione precede quella dei titolari tra gradi diversi.

È bene ricordare che l’istituto dell’assegnazione provvisoria è soggetto a specifica contrattazione integrativa nazionale, che annualmente stabilisce modalità e tempi per l’espletamento delle operazioni. La scadenza delle domande è in genere a fine giugno, al termine dei movimenti per i trasferimenti.

Diritto al congedo straordinario retribuito per partecipazione a post-dottorato

Domanda: Sono una docente a tempo indeterminato nella scuola secondaria di II grado. Vorrei sapere cosa prevede la normativa nel seguente caso.

Sono stata ammessa a svolgere attività di post-dottorato presso l'Università di Oxford. L'università, tuttavia, non prevede erogazione di borse di studio post-dottorato che devono eventualmente essere richieste ad altri enti italiani o inglesi. Posso usufruire anche in questo caso (come in quello del dottorato di ricerca con rinuncia alla borsa o senza borsa) del congedo straordinario retribuito? Grazie.


Risposta: La risposta è affermativa. Infatti, l’attività di studio e ricerca è considerata parte costitutiva del profilo professionale del docente ed è sostenuta ed incoraggiata anche al di fuori dell’ambiente scolastico. In tale ottica, sono previsti appositi istituti normativi che garantiscono a tutti gli insegnanti di poter usufruire di congedi straordinari per dottorato di ricerca, borse di studio post-dottorato e assegni di studio per ricerca. La CM n. 120 del 4 novembre 2002 fornisce una sintesi applicativa di tutta la normativa di riferimento e delle successive integrazioni.

La norma generale, dettata dalla legge n. 476 del 13 agosto 1984, all’art. 2, comma 1, stabilisce che: «il pubblico dipendente ammesso ai corsi di dottorato di ricerca è collocato a domanda in congedo straordinario per motivi di studio senza assegni per il periodo di durata del corso ed usufruisce della borsa di studio ove ricorrano le condizioni richieste». Per quanto riguarda le borse di studio all’estero la CM n. 120/02 ricorda che «la legge finanziaria del 23-12-1992, n. 498, art. 4, comma 2, ha ulteriormente esteso il congedo straordinario senza assegni per motivi di studio, stabilendo testualmente che "al personale assegnatario di borse di studio da parte di Amministrazioni statali, di Enti pubblici, di Stati ed Enti stranieri, di Organismi o Enti internazionali, si applica il disposto di cui all'art. 2 della legge 13-8-1984, n. 476"».

Ad integrare questa normativa è arrivata poi la legge n. 448/2001 (art. 52, comma 57), stabilendo che: «in caso di ammissione a corsi di dottorato di ricerca senza borse di studio, o di rinuncia a questa, l’interessato in aspettativa conserva il trattamento economico, previdenziale e di quiescenza in godimento da parte dell’amministrazione pubblica presso la quale è instaurato il rapporto di lavoro. Qualora, dopo il conseguimento del dottorato di ricerca, il rapporto di lavoro con l’amministrazione pubblica cessi per volontà del dipendente nei due anni successivi, è dovuta la ripetizione degli importi corrisposti ai sensi del secondo periodo». In proposito la CM n. 120/02 precisa che: «il periodo di congedo straordinario è utile ai fini della progressione di carriera, del trattamento di quiescenza e di previdenza, ai sensi del comma 2 dello stesso art. 2 della legge 476/84. Utili chiarimenti in merito sono stati forniti dall’INPDAP – Direzione Centrale Prestazioni Previdenziali – con nota prot. n. 1181 del 19 ottobre 1999».

Responsabilità in viaggi e visite di istruzione

Domanda: Sono un docente della scuola secondaria di I grado e faccio parte del Consiglio d'istituto. La mia domanda è: può la dirigente nell'approvazione del piano di uscite dire che i rappresentanti del consiglio sono penalmente responsabili sulle uscite di più giorni se succede qualcosa ai ragazzi? Quali sono le responsabilità del consiglio sia sulle uscite che in generale. Grazie

Risposta: Il riferimento normativo in materia di viaggi e viste di istruzione è costituito dalla CM n. 291/1992 e dalla CM n. 623/1996, che hanno entrambe carattere permanente. Per quanto riguarda le competenze, l’art. 10, c. 3, del D.L.vo n. 297/94 è chiaro e perentorio: rimette al Consiglio d’Istituto il «potere deliberante… per quanto concerne l’organizzazione e la programmazione della vita e dell’attività della scuola», tenuto conto degli orientamenti dei consigli di classe e del collegio dei docenti; fra le sue competenze rientrano i «criteri per la programmazione e l’attuazione» delle viste guidate e dei viaggi d’istruzione (c. 3 – lett. e)). L’entrata in vigore del Regolamento sull’autonomia scolastica (DPR n. 275/99) ha sancito la definitiva e totale autonomia delle scuole anche in questa materia; tuttavia, le due circolari conservano la natura di tracce o suggerimenti operativi di cui è preferibile tener conto, data la complessità delle responsabilità in gioco.

A tal proposito la CM n. 623/96, dopo aver sottolineato che «l’intera gestione delle visite guidate e dei viaggi d’istruzione o connessi ad attività sportive in Italia e all’estero rientra nella completa autonomia decisionale e nella responsabilità degli organi di autogoverno delle istituzioni scolastiche» e che «tutte le iniziative devono essere inquadrate nella programmazione didattica della scuola ed essere coerenti con gli obiettivi didattici e formativi», elenca le diverse tipologie di attività e rinvia alla CM n. 291/92 quanto alle «indicazioni utili per la realizzazione delle iniziative». Quest’ultima, a sua volta, nel ricordare che la competenza in materia è «degli organi collegiali della scuola» e l’esecuzione delle delibere del Consiglio d’istituto «spetta in prima istanza alla giunta esecutiva… e, quindi, al direttore didattico o al preside» (c. 6.1), elenca le procedure da seguire e le documentazioni da produrre per ciascuna iniziativa. La circolare pone particolare accento su sicurezza dei viaggi e tutela dell’incolumità dei partecipanti, dedicando l’intero art. 9 ad Agenzie di viaggio e mezzi di trasporto da impiegare e il successivo art. 10 alle necessarie garanzie assicurative. Nella scelta dell'Agenzia di viaggio il comma 9.5 raccomanda agli incaricati di «accertare con la massima diligenza … l'assoluta affidabilità e serietà dell'agenzia di viaggio o della ditta di autotrasporti», mentre il comma 9.7 stabilisce che le Agenzie di viaggio interpellate debbono dichiarare di essere in possesso della prescritta «autorizzazione regionale all’esercizio delle attività professionali delle agenzie di viaggio e turismo», di garantire il rispetto di tutte le norme di legge nell’organizzazione del viaggio «assumendosi la piena responsabilità in ordine ad eventuali omissioni o inadempienze» e, per quanto riguarda l’automezzo, del possesso «di tutti i requisiti di sicurezza contemplati dalle disposizioni vigenti in materia di circolazione di autoveicoli». Il comma 10.1 stabilisce poi perentorio che «tutti i partecipanti a viaggi, visite o gite di istruzione debbono essere garantiti da polizza assicurativa contro gli infortuni».

In sintesi, si può affermare che la programmazione didattica dei viaggi d’istruzione è competenza dei consigli di classe e del Collegio dei docenti, mentre l’aspetto decisionale ed organizzativo riguarda il Consiglio di Istituto, il quale provvede anche alla regolare attuazione delle delibere tramite la propria Giunta esecutiva e il Capo d’istituto che la presiede; la loro responsabilità è quella di operare nel pieno rispetto di tutte le prescrizioni stabilite dalla norma.

Per quanto attiene alle responsabilità connesse ad eventuali danni recati a persone o cose, che dovessero verificarsi durante un viaggio di istruzione, la CM n. 291/92 ricorda che questo è in capo ai docenti accompagnatori; al comma 8.1, infatti, si legge che l’incarico di docente accompagnatore «comporta l’obbligo di una attenta ed assidua vigilanza degli alunni, con l’assunzione delle responsabilità di cui all’art. 2047 del codice civile integrato dalla norma di cui all’art. 61 della legge 11 luglio 1980, n. 312, che limita la responsabilità patrimoniale del personale della scuola ai soli casi di dolo e colpa grave», quando cioè siano derivati da volontà cosciente di infrangere la legge. È bene precisare che, in linea generale, la consegna del minore alla scuola costituisce comunque una “traditio” genitoriale, ovvero un quasi totale affidamento della responsabilità al personale della scuola stessa, con particolare riferimento ai docenti ma limitatamente al tempo definito dagli impegni didattici. Nel caso dei viaggi di istruzione, la responsabilità è estesa, senza soluzione di continuità, a tutto l’arco di tempo necessario al completamento dell’attività. È però giurisprudenza consolidata che, come a scuola, anche durante i viaggi di istruzione la responsabilità del docente viene a cadere quando egli possa provare di aver adottato tutte le opportune misure di vigilanza e, ciò nonostante, non abbia potuto impedire il fatto. Ciò vale soprattutto in quelle situazioni nelle quali rivesta particolare rilievo l’autonomia del soggetto in formazione; è questo il caso, ad esempio, del momento dei pasti o del riposo notturno, ma anche delle pause durante lo svolgimento delle attività programmate. L’eventuale comportamento lesivo del minore in queste situazioni è riconducibile, infatti, più ad una “culpa in educando”, imputabile ai genitori, che a deficit nella vigilanza.

Ore di partecipazione alle attività collegiali per docenti con part-time

Domanda: Un insegnante di scuola secondaria di 1° grado ha diritto alla riduzione delle 40 ore per la partecipazione ai consigli di classe per il solo fatto che ha solo 12 ore di lezione?

Risposta: I Consigli di classe sono attività collegiali rientranti fra le attività funzionali all’insegnamento (art. 29 CCNL vigente), riguardano tutti i docenti e costituiscono un impegno connesso alla funzione docente previsto dall’ordinamento scolastico. Per la partecipazione a tali attività il Contratto di lavoro prevede un impegno annuale pari a 40 ore, indipendentemente dal numero di ore di lezione effettuate dal docente, a meno che lo stesso non sia in possesso di contratto part-time. In tal caso, infatti, si applica il disposto dell’art. 39 del CCNL, che al comma 8 esclude il docente part-time «dalle attività aggiuntive di insegnamento aventi carattere continuativo», ma non dalla partecipazione alle attività collegiali per le quali, «tenendo conto della ridotta durata della prestazione e della peculiarità del suo svolgimento, si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni di legge e contrattuali dettate per il rapporto a tempo pieno». In altri termini, in caso di part-time la partecipazione alle attività collegiali rimane obbligatoria, mentre il tetto massimo obbligatorio è computato in misura proporzionale all’orario effettivamente in essere, rispetto al monte ore complessivo previsto per quello a tempo pieno; dal computo vanno escluse le ore dedicate agli scrutini, intermedi e finali, che costituiscono comunque atto dovuto.

Chiarimenti sull'obbligo del recupero delle frazioni di ore non prestate

Domanda: Insegno in un istituto professionale statale di Milano.
Quest'anno la D.S. chiede al Collegio, con determinazione assai più forte degli anni scorsi, il recupero dei dieci minuti di lezione che sono dovuti (nella mia scuola l'unità oraria è di 50')
Il conteggio di questo "recupero", fino all'anno scorso ammontava, per chi aveva le canoniche 18 ore di cattedra, a 26 ore annue. Quest'anno chissà come mai è diventato di 35/40 ore annue e le voci indicate per effettuare il recupero comprendono attività anche di supplenza, sportello didattico pomeridiano, uscite didattiche, viaggi di istruzione.... (attività fin'ora retribuite).
Avremo a breve un collegio per deliberare su questo e, come potete immaginare, tra tutti gli insegnanti c'è grande subbuglio, scontento, e confusione.
Poiché si tratta di una scuola professionale gli studenti stanno a scuola 36 ore la settimana, a differenza dei licei, con 30 ore/sett., per noi diventa complicatissimo pensare di portare l'unità oraria a 60', come sarebbe giusto e adeguato.
Potete darmi qualche aiuto, anche normativo per fare chiarezza?


Risposta: La materia è da tempo oggetto di interpretazioni contrastanti e di conseguenti controversie, sebbene la normativa di riferimento sia sufficientemente esplicita.
La riduzione della durata dell’ora di lezione è stata in passato introdotta nella prassi ordinaria per due ordini di motivi molto diversi: negli istituti superiori di tipo tecnico, professionale ed artistico, a causa dell’elevato numero di ore settimanali di lezione connesso con difficoltà di ordine ambientale legate ai trasporti (le cosiddette “cause di forza maggiore”); nei licei, prevalentemente per scelte di tipo didattico (ex-sperimentazioni). Attualmente le motivazioni permangono entrambe, anche se talvolta non più nettamente separate; ben distinte invece rimangono le conseguenze sul piano degli obblighi professionali dei docenti.
A regolare globalmente la materia provvede l’art. 28 del CCNL 2006/2009. Alle istituzioni scolastiche spetta l’adozione di «ogni modalità organizzativa che sia espressione di autonomia progettuale», in coerenza «con gli obiettivi generali e specifici di ciascun tipo e indirizzo di studio» (c. 1); pertanto, «i competenti organi delle istituzioni scolastiche regolano lo svolgimento delle attività didattiche nel modo più adeguato al tipo di studi e ai ritmi di apprendimento degli alunni», anche adottando le opportune «forme di flessibilità previste dal Regolamento sulla autonomia didattica ed organizzativa» (c. 2). Alle esigenze scaturenti da queste scelte dovranno rispondere, tenuto conto della disciplina contrattuale, «gli obblighi di lavoro» dei docenti (c. 3).
Nel quadro dell’annuale programmazione dell’azione educativa, le istituzioni scolastiche sono tenute ad adottare le modalità organizzative per l’esercizio della funzione docente e l’articolazione dell’orario di insegnamento. In coerenza col Piano dell’Offerta Formativa e tenuto conto dei criteri generali indicati dal Consiglio d’istituto, al Collegio dei docenti spetta, tra l’altro, formulare proposte in merito all’orario settimanale. Il comma 7 del citato art. 28 stabilisce che, se la delibera del Collegio per scelta didattica prevede la riduzione della durata dell’unità oraria di lezione, i docenti sono tenuti al recupero delle frazioni orarie non prestate «nell’ambito delle attività didattiche programmate» dalla scuola; recupero da effettuare «sulla base della pianificazione annuale delle attività» e in base alle norme vigenti (c. 9). In tal caso il recupero deve avvenire nelle forme elencate nella domanda e secondo i tempi correttamente calcolati in base alle razioni orarie non prestate; vale il richiamo al citato comma 9, il quale che il recupero deve avvenire «in maniera flessibile e su base plurisettimanale, in misura, di norma, non eccedente le quattro ore».
Se invece a determinare la riduzione sono «motivi estranei alla didattica» (c. 8), il CCNL rinvia a quanto stabilito in materia dalla CM n. 243/1979, valida ancora oggi. Questa specifica quali sono le uniche “cause di forza maggiore” che autorizzano le contrazioni: «accertate esigenze sociali degli studenti, derivanti da insuperabili difficoltà dei trasporti» e la necessità di «effettuazione dei doppi turni». Nel precisare che il provvedimento deve avere carattere di assoluta eccezionalità, la CM elenca i criteri da osservare nell’operare le riduzioni:

  • divieto tassativo di riduzione oraria in quei giorni della settimana «nei quali l’orario delle lezioni è contenuto in quattro ore»;
  • nei giorni con cinque ore sono autorizzate, eccezionalmente, riduzioni «alla prima e alla ultim’ora»;
  • nei giorni con sei ore, la riduzione «può riferirsi alla prima e alla ultima ora di lezione ed eccezionalmente anche alla penultima ora»;
  • nei giorni con sette ore, «la riduzione può riferirsi alle prime due e alle ultime tre ore»;
e comunque, la riduzione «non dovrà in nessun caso superare i dieci minuti».
Dopo aver espletato tutte le opportune azioni di “persuasione” nei confronti delle aziende dei trasporti «affinché gli orari dei mezzi… siano resi nella massima possibile misura compatibili con le esigenze del pieno funzionamento della scuola», il Capo d’istituto provvede alla formulazione dell’orario settimanale delle lezioni con le riduzioni indispensabili, corredato da «ampia motivazione». Il Consiglio d’istituto assume la relativa delibera, che diviene immediatamente operativa senza bisogno di alcuna autorizzazione.
La circolare precisa che, per cause di forza maggiore, «non è configurabile alcun obbligo per i docenti di recuperare le frazioni orarie oggetto di riduzione».

Valutazione degli apprendimenti dell'IRC: numeri o giudizi?

Domanda: Come devono essere valutati gli apprendimenti di religione: con numeri o con giudizi?

Risposta: Premesso che il decreto Gelmini (legge n. 169/08) nulla innova in materia di valutazione dell'Insegnamento della Religione Cattolica, già la normativa precedente lasciava spazio ad interpretazioni difformi in questa materia.
Al momento la valutazione degli apprendimenti nell’IRC è regolata dall’art. 4 della legge n. 824/1930, attuativa del Concordato tra Stato Italiano e Santa Sede (legge n. 810/1929), che così recita: «Per l’insegnamento religioso, in luogo di voti e di esami, viene redatta a cura dell’insegnante e comunicata alla famiglia una speciale nota, da inserire nella pagella scolastica, riguardante l’interesse con il quale l’alunno segue l’insegnamento e il profitto che ne ritrae». Le modifiche concordatarie sancite dalla legge n. 121/1985 non hanno prodotto cambiamenti in tal senso, tanto che il comma 4 dell’art. 309 del TU della scuola (D.L.vo n. 297/94) ripropone integralmente il medesimo testo. Quanto alle modalità di compilazione della “speciale nota”, è utile richiamare la CM n. 20/1964 che a proposito di valutazione dell’IRC afferma: «Nulla è innovato per quanto riguarda la "Religione", rispetto alla consueta attribuzione di uno dei seguenti giudizi sintetici: "moltissimo", "molto", "sufficiente", "scarso"». E ciò sembrerebbe escludere qualsiasi possibilità di valutazione di tipo numerico. In realtà, la Circolare richiama una “consuetudine” e non una vera e propria norma, lasciando perciò aperta la strada ad altre modalità di valutazione, e tra queste, ad esempio, anche quelle numeriche. Ad esempio, ricorrendo all’art. 3 del DPR n. 275/99 dell’autonomia scolastica il docente può chiedere di avviare nel proprio istituto una sperimentazione valutativa che adotti un diverso codice rispetto a quello indicato dalla “consuetudine”, cui affiancare la valutazione secondo una scala numerica. L’avvertenza è che in tal caso la scala venga accompagnata da una nota esplicativa che ne mostri chiaramente la corrispondenza con i giudizi sintetici usuali.

Le messe di inizio e fine anno costituiscono una sospensione dell'attività?

Domanda: Sono un'insegnante di una scuola statale. Verrà portata in collegio docenti la questione della partecipazione alla messa di inizio e fine anno scolastico promossa dalla Diocesi, da effettuare nella prima ora di lezione, a cui finora abbiamo partecipato. Alcuni colleghi, che non condividono l'iniziativa, sostengono che non è possibile partecipare perché si configura come sospensione di servizio pubblico... potete fornirmi degli elementi normativi utili?
Grazie


Risposta: La partecipazioni ad iniziative esterne alla scuola, purché deliberate dal Consiglio di istituto nel rispetto delle indicazioni fornite dal Collegio dei docenti, non costituiscono affatto interruzione di pubblico servizio (questo è eventualmente il caso delle occupazioni o delle autogestioni...).
La scuola decide in piena autonomia la partecipazione a tali gesti (vale anche per la partecipazione a qualsiasi iniziativa promossa dal'ente locale, ad esempio), l'unica condizione è che sia deliberata come iniziativa rientrante nel Piano d'istituto. Ovviamente, iniziative di questo genere non possono essere rese obbligatorie. La regolamentazione è la stessa che vale per le visite di istruzione.

Tempi di attuazione della riforma Gelmini della scuola primaria

Domanda: Sono un'insegnante di classe quinta di una scuola primaria ; intorno alla metà di Dicembre, di solito, incontriamo i genitori degli alunni che si iscriveranno alla classe prima per illustrare loro l'organizzazione del futuro anno scolastico.
C'è una profonda incertezza su cosa possiamo proporre in merito al funzionamento delle classi; ci sarà il maestro unico? Con quale modello orario? Ancora non sono giunte indicazioni e questo, come potete immaginare, viene utilizzato per fare propanda negativa sul decreto Gelmini.
Sono dispiaciuta perchè, anche io, devo riconoscere che dobbiamo dare un minimo di certezze ai genitori. Come posso pormi di fronte a queste importanti questioni?


Risposta: Il Piano programmatico di attuazione dell'art. 64 della legge finanziaria (legge n. 133/08) è nella fase finale della discussione presso le Camere; la prossima settimana verranno fornite al Governo le indicazioni e le osservazioni che serviranno per la sua definitiva messa a punto.
Immediatamente dopo il ministero provvederà ad emanare la circolare per iscrizioni per l'a.s. 2009/2010.
A tale proposito è bene ricordare che detta circolare viene solitamente emanata a metà dicembre (quella dello scorso anno, la CM n. 110/07, è stata emanata il 14 dicembre); quindi sostenere che ancora non sono giunte indicazioni non è corretto: non c'è alcun ritardo rispetto alla prassi consolidata.
Inoltre, è bene precisare che l'introduzione del maestro unico (art. 4 della legge n. 169/08, ex decreto Gelmini) non va in alcun modo a modificare il precedente assetto della scuola primaria. Il modello a 24 ore semplicemente si aggiunge - e non sostituisce - agli altri modelli a 27, 30 e 40 ore già previsti dal D.L.vo n. 59/04, che continueranno a funzionare con la sola riduzione delle compresenze nei sistemi a modulo.

Scegliere la scheda di valutazione tradizionale invece di quella in decimi

Domanda: Al prossimo collegio docenti del mio isituto, si vuole mettere ai voti una mozione, di origine sindacale a quanto ho capito, per chiedere che nel nostro Istituto comprensivo possa essere utilizzata la scheda di valutazione tradizionale ( con i giudizi: ottimo etc..), senza usare i decimi. E' legittimo votare questa mozione che mi pare contrasti con quanto ormai asserito dalla legge?

Risposta: Il collegio docenti ha potere deliberante sui criteri di valutazione, non sulle modalità che sono stabilite dalla legge nazionale. Nel caso specifico, l'art. 3 della nuova legge n. 169/08 (decreto Gelmini) stabilisce che le valutazioni finali e intermedie siano espresso in voti decimali:

  1. Dall'anno scolastico 2008/2009, nella scuola primaria la valutazione periodica ed annuale degli apprendimenti degli alunni e la certificazione delle competenze da essi acquisite è espressa in decimi ed illustrata con giudizio analitico sul livello globale di maturazione raggiunto dall'alunno.
  2. Dall'anno scolastico 2008/2009, nella scuola secondaria di primo grado la valutazione periodica ed annuale degli apprendimenti degli alunni e la certificazione delle competenze da essi acquisite è espressa in decimi.
Pertanto il collegio non può deliberare in modo difforme dalla disposizione normativa.
La scuola, nella propria autonomia, può comunque decidere di continuare ad utilizzare la scheda di valutazione tradizionale (la legge 169/08 non dispone la sua sostituzione con i voti o la sua soppressione), cui però dovrà necessariamente affiancare i voti.
Qualsiasi altra decisione del collegio sarebbe viziata, perciò non valida; e il capo d'istituto ne risponderà sul piano della correttezza degli atti della scuola che dirige

Commento a comunicazione genitori Novara su riforma primaria

Domanda: Alcuni docenti e genitori della provincia di Novara stanno facendo girare questo documento: mi potete aiutare a capire se quello che c’è scritto è corretto oppure no?

Risposta in sintesi:
-la colonna di sinistra del volantino contiene diverse imprecisioni sui numeri massimi di allievi per classe attualmente vigenti;
-la colonna centrale riporta numeri ASSURDAMENTE SBAGLIATI (oltre che assolutamente impensabili!): sono i dati relativi ai numeri massimi per classe (numeri da lager…) che secondo questi intelligenti genitori sarebbero stati previsti dal piano di razionalizzazione;
-parecchie considerazioni tra quelle presenti nella colonna di destra sono quanto meno imprecise, se non addirittura infondate.
Qui di seguito viene commentato puntualmente il testo in base ai documenti ufficiali depositati nelle Camere e attualmente in discussione nelle Commissioni parlamentari (rintracciabile nei siti di Camera e Senato come Atto Governo n. 36).

EspertoRisponde08-09: allegati quesito documento genitori su riforma primaria

Docenti e Autogestione

Domanda: Avrei bisogno di alcuni chiarimenti:

  1. Quale responsabilità hanno i docenti se durante l'autogestione viene chiesto loro, dagli allievi di allontanarsi dalla classe?
  2. Se un allievo dovesse farsi male di chi è la responsabilità?
  3. I docenti contrari all'autogestione possono rifiutarsi di fare lezione secondo il calendario stabilito dagli allievi?

Risposta: Premessa: l'autogestione non ha alcuna regolamentazione in quanto semplicemente non è contemplata dalla normativa.In termini di codice penale rappresenta interruzione di pubblico servizio - perciò, è penalmente perseguibile - e pertanto non può nemmeno essere autorizzata in quanto tale (poi si trovano diverse forme meno esplicite, ma comunque tutte devono essere preventivamente inserite nel POF, altrimenti sono chiaramente illegali).
La responsabilità sui minori resta, anche se il docente è costretto ad allontanarsi dall'aula; vale non solo per gli atti di autogestione, ma anche per le normalissime assemblee di classe: il docente resta responsabile della tutela del minore, anche se va fuori dall'aula. E nel caso in cui un allievo dovesse farsi del male la responsabilità è del docente che ha in carico la classe (e il singolo allievo con essa) in quel momento.
Se l'autogestione non è programmata all'interno del POF (come detto in premessa), il docente deve rifiutarsi di seguire calendari diversi di lezione da quelli stabiliti dalla scuola; a meno che non intervenga il capo d'istituto con proprio provvedimento provvisorio a modificare l'orario in questione. Il docente comunque è tenuto per contratto a prestare la propria lezione esclusivamente in rapporto alla disciplina da lui insegnata e per cui è abilitato; richieste di altro genere esulano dalle competenze del profilo professionale.

Potrei avere due contratti attivi?

Domanda: Dal 1° luglio sono titolare di un assegno di ricerca presso l'università. Il giorno 25 ottobre sono stata chiamata presso un istituto superiore per una supplenza fino al 30 giugno ma non mi è stato permesso di firmare il contratto in quanto chiedendo il congedo straordinario per motivi di ricerca avrei dovuto secondo il dirigente scolastico prendere servizio almeno un giorno e far partire il congedo il giorno successivo, cosa per me impossibile in quanto già titolare di un contratto con l'università e quindi non avrei potuto anche solo per un giorno avere due contratti attivi. Altri miei colleghi assegnisti hanno invece accettato giuridicamente la supplenza e contestualmente hanno firmato lo stesso giorno del contratto l'aspettativa. Cosa devo fare? Posso accettare solo giuridicamente la supplenza e chiedere il congedo senza prendere servizio e quindi senza avere emolumenti?

Risposta: Il CCNL-2007 all’art. 18 regolamenta le aspettative, tra le quali quelle per motivi di studio. Al comma 1 specifica che l’aspettativa: «continua ad essere regolata dagli artt. 69 e 70 del T.U. approvato con D.P.R. n. 3 del 10 gennaio 1957 e delle leggi speciali che ad esso si richiamano»; chiarisce inoltre che l’aspettativa «è erogata dal dirigente scolastico al personale docente e ATA» e che l’aspettativa in questione spetta anche al personale assunto con contratto a tempo determinato per l’intero anno scolastico o fino al termine delle lezioni. Il comma 2 si occupa poi esplicitamente della «aspettativa per motivi di studio, ricerca o dottorato di ricerca», specificando che «per gli incarichi e le borse di studio resta in vigore l’art. 453 del D.P.R. n. 297 del 1994»; questo, a sua volta, al comma 9 rinvia all’art. 2 della legge n. 476 del 13 agosto 1984, il cui comma 1 stabilisce: «il pubblico dipendente ammesso ai corsi di dottorato di ricerca è collocato a domanda in congedo straordinario per motivi di studio senza assegni per il periodo di durata del corso ed usufruisce della borsa di studio ove ricorrano le condizioni richieste». La successiva CM n. 376/1984 ha chiarito che: «il congedo straordinario senza assegni debba essere richiesto anche da quanti, pur ammessi al dottorato su posti liberi e con diritto alla borsa di studio, abbiano successivamente vinto una cattedra nella scuola o siano inquadrati nei ruoli del pubblico impiego» e che quindi anche i vincitori di cattedra che non possono assumere servizio perché impegnati nel dottorato, debbono essere collocati in congedo straordinario. Non risulta alcun obbligo di far intercorrere almeno un giorno tra l’accettazione della nomina e la richiesta di aspettativa per ricerca; giusta la motivazione indicata dalla docente e corretta la prassi seguita dagli altri capi d’istituto per i suoi colleghi assegnisti.
La docente ora deve procedere a reiterare per iscritto la propria disponibilità di accettazione della supplenza annuale ed eventualmente produrre ricorso, se nel frattempo il Capo d’istituto ha provveduto ad assegnare ad altro docente la cattedra che le spettava per ordine di graduatoria. Il ricorso può essere effettuato al Giudice del lavoro o al Consiglio per il Contenzioso presso il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione.

Esiste un periodo di tempo per ottenere un ricongiungimento con i propi affetti?

Domanda: Sono una docente di scuola primaria che lavora lontano da casa e dai propri affetti. Volevo sapere se per ottenere il ricongiungimento al coniuge c'è un periodo di tempo antecedente alle nozze stabilito dalla normativa; ad esempio tre mesi prima della presentazione della domanda di assegnazione provvisoria.

Risposta: Ad occuparsi di utilizzazioni e assegnazioni provvisorie del personale della scuola è l’annuale contrattazione integrativa, che avviene in genera a giugno. Il CCNI riguardante il corrente anno scolastico (comunicato con Nota MIUR n. 10260/08) tra i motivi per i quali può essere richiesta l’assegnazione provvisoria individua per primo il «ricongiungimento al coniuge o al convivente, purché la stabilità della convivenza risulti da certificazione anagrafica» (art. 7, comma 1); in altri termini, coniuge e convivente sono equiparati ai fini del ricongiungimento. Nelle note alla Tabella delle assegnazioni provvisorie (Allegato 2) si specifica che «il punteggio spetta per il comune di residenza della persona cui si chiede il ricongiungimento ai sensi dell’art. 7 a condizione che essi, alla data di presentazione della domanda vi risiedano effettivamente con iscrizione anagrafica da almeno tre mesi. La residenza della persona alla quale si chiede il ricongiungimento deve essere documentata con certificato anagrafico o con dichiarazione personale redatta ai sensi del D.P.R. 445 del 28.12.2000 come modificato ed integrato dall’art. 15 della legge 16 gennaio 2003 n. 3 nei quali dovrà essere indicata la decorrenza dell'iscrizione stessa».

Informazioni sullo stabilimento del punteggio

Domanda: Il colloquio agli esami di Stato da quest'anno varrà 30 punti e non più 35. 5 punti infatti sono stati attribuiti al credito scolastico che vale così complessivamente 25 punti. Fino allo scorso anno, la sufficienza del colloquio era fissata a 22 punti. Non ho trovato alcun riferimento per quel che riguarda la sufficienza del colloquio da 30 punti. La cosa, se davvero la sufficienza non fosse allo stato attuale predefinita per legge, potrebbe portare ad evidenti disparità se lasciata alle singole commissioni. Sapete indicarmi dove è stabilito il punteggio di sufficienza e qual è effettivamente quest'ultimo ?

Risposta: Il valore equivalente alla sufficienza rispetto al nuovo massimo di 30 punti attribuiti al colloquio d’esame non è rintracciabile nella norma generale che ha modificato gli esami di Stato conclusivi dei corsi di studio di istruzione secondaria superiore (legge n. 1/07). Lo scorso anno era stata infatti l’Ordinanza Ministeriale n. 30/07 a ribadire (art. 16, comma 8) che «La commissione d’esame dispone di 35 punti per la valutazione del colloquio. Al colloquio giudicato sufficiente non può essere attribuito un punteggio inferiore a 22». Per conoscere il nuovo punteggio equivalente alla sufficienza occorre pertanto attendere l’annuale OM che detta le istruzioni e le modalità organizzative per lo svolgimento degli esami di Stato; solitamente viene emanata all’inizio del mese di marzo.

Il voto in condotta concorre all'attribuzione del credito?

Domanda: Da quest'anno il voto di condotta concorre "alla valutazione complessiva" dello studente alla fine di ciascun quadrimestre (o trimestre). Col 5 poi lo studente non è ammesso alla classe successiva. Il punto non del tutto chiarito è se la condotta fa media e concorre quindi alla determinazione della fascia per l'attribuzione del credito. A mio parere (per quel che vale!), no, perché non è espressamente detto dalla normativa. Se sì, invece, occorrerà tenerlo ben presente, considerato che vorrebbe dire per lo studente trovarsi almeno un 8 "gratuito". Anche se forse questo salverebbe i docenti di educazione fisica (prassi purtroppo generalizzata) dall'"obbligo" di alzare il voto anche per i meno dotati e motivati nella loro disciplina.

Risposta: Le disposizioni riguardanti la valutazione del comportamento degli studenti, di cui all’art. 2 del DL n. 137/08 appena convertito in legge, stabiliscono che «la valutazione del comportamento è effettuata mediante l’attribuzione di un voto numerico espresso in decimi» (c. 2) e che tale valutazione «attribuita collegialmente dal consiglio di classe, concorre alla valutazione complessiva dello studente e determina, se inferiore a sei decimi, la non ammissione al successivo anno di corso o all’esame conclusivo del ciclo» (c. 3). In altri termini, la valutazione del comportamento risulta finalizzata esclusivamente alla promozione o all’ammissione all’esame finale. D’altra parte, lo stesso comma 3 a tale proposito chiarisce che il ministero dovrà emanare un apposito decreto nel quale dovranno essere «specificati i criteri per correlare la particolare e oggettiva gravità del comportamento al voto inferiore a sei decimi, nonché eventuali modalità applicative del presente articolo»; se ne deduce che in quella sede dovranno essere chiarite le modalità di utilizzo, anche ai fini del calcolo del credito scolastico, della valutazione in questione.

Richiesta di delucidazioni sulla riforma Gelmini

Domanda: Vorrei chiedere delucidazioni a riguardo della riforma Gelmini. Nella mia scuola, naturalmente, sono tutti contro. Io, pur criticando l'atteggiamento ideologico di molti miei colleghi, ho delle perplessità. Ad esempio contesto il fatto che nel decreto si affermi che si deve fermare l'alunno anche con una sola insufficienza, oppure che non è più prevista la stesura del giudizio analitico in pagella. Inoltre girano voci, sostenute dai sindacati, che il prossimo anno la cattedra di lettere (la mia) sarà costituita da 9 + 9 ore su due classi parallele. Che cosa mi potete dire a riguardo? Grazie.

Risposta: Non è esatto sostenere che la cosiddetta riforma Gelmini (DL n. 137/08) preveda di poter fermare l’alunno anche con una sola insufficienza. Il testo del DL n. 137/08 approvato il 9 ottobre scorso dalla Camera, e attualmente all’esame del Senato, all’art. 3 stabilisce infatti che: «nella scuola secondaria di primo grado sono ammessi alla classe successiva, ovvero all'esame di Stato a conclusione del ciclo, gli studenti che hanno ottenuto, con decisione assunta a maggioranza dal consiglio di classe, un voto non inferiore a sei decimi in ciascuna disciplina o gruppo di discipline». In altri termini, allo scrutinio finale i singoli docenti presentano la propria proposta di voto per ogni allievo, ma spetta all’intero consiglio di classe attribuire, «con decisione assunta a maggioranza», ciascun voto finale. Pertanto lo studente sarà ammesso alla classe successiva non se verrà presentato allo scrutinio con tutti voti non inferiori a sei decimi, ma se il consiglio delibererà a maggioranza la sua promozione portando a 6 i voti non sufficienti (cosiddetto “voto di consiglio”); sarà bloccato se il consiglio, analogamente a maggioranza, lo avrà deliberato.
Per quanto riguarda il giudizio analitico in pagella, anche qui è inesatto sostenere che non sia più previsto. Infatti, il comma 2 del citato art. 3 non fa altro che introdurre i voti nelle valutazioni periodiche e finali, ma non in termini sostitutivi rispetto alle precedenti modalità di valutazione: «dall'anno scolastico 2008/2009, nella scuola secondaria di primo grado la valutazione periodica ed annuale degli apprendimenti degli alunni e la certificazione delle competenze da essi acquisite nonché la valutazione dell'esame finale del ciclo sono effettuate mediante l'attribuzione di voti numerici espressi in decimi». Tanto è vero che il successivo comma 5 rinvia ad un apposito regolamento che provveda «al coordinamento delle norme vigenti per la valutazione degli studenti, tenendo conto anche dei disturbi specifici di apprendimento e della disabilità degli alunni, e sono stabilite eventuali ulteriori modalità applicative del presente articolo»; il regolamento deve ancora essere emanato.
Il D.L.vo n. 59/04 di riforma del I ciclo all’art. 14 aveva previsto che, una volta portato a regime il nuovo ordinamento della secondaria di I grado, si dovesse provvedere «ad adeguare la configurazione oraria delle cattedre e dei posti di insegnamento ai nuovi piani di studio». Quella di assegnare 9 ore all’insegnamento “Italiano, storia, geografia ed educazione alla Costituzione e cittadinanza” per ciascuna classe – e quindi costituire una cattedra di 18 ore su due classi (non necessariamente parallele) – è solo una delle ipotesi avanzate dal gruppo di lavoro del MIUR; in quanto tale, non ha ancora valore normativo efficace.

Si terrà un concorso anche per gli insegnanti che hanno l'abilitazione?

Domanda: Buongiorno, mi chiamo Chiara e sono di Piacenza. Avrei bisogno di qualcuno che rispondesse ad alcune domande. Io insegno in una scuola elementare della provincia di Piacenza e sono entrata tramite graduatoria per una supplenza annuale. Inutile dire che a scuola da me le insegnanti sono in rivolta, scioperi e striscioni, lettere ai genitori e assemblee sindacali... Il problema come sempre è che certe notizie non si capisce se sono vere o se sono montate ad arte, soprattutto dai sindacati. Per quanto mi riguarda quello che più mi preoccupa è se la mia abilitazione varrà ancora o se mi dovrò adeguare alla nuova normativa. Io sono laureata in lingue ed anche in scienze della formazione primaria, mi sono inserita nelle graduatorie ad esaurimento ed ora sto facendo questa supplenza. È vero, come mi ha detto la CGIL, che dovrò fare un concorso per entrare in ruolo? La mia abilitazione non vale più niente?

Risposta: L’abilitazione in possesso della collega è un dato acquisito, così come lo è il suo inserimento nelle graduatorie ad esaurimento (ex graduatorie permanenti), che le ha consentito di essere assunta a tempo determinato quest’anno. La norma relativa alle assunzioni in ruolo attualmente in vigore è l’art. 399 del D.L.vo n. 297/94, così come modificato dall’art. 1 della legge n. 124/99: «L'accesso ai ruoli del personale docente della scuola materna, elementare e secondaria, ivi compresi i licei artistici e gli istituti d'arte, ha luogo, per il 50 per cento dei posti a tal fine annualmente assegnabili, mediante concorsi per titoli ed esami e, per il restante 50 per cento, attingendo alle graduatorie permanenti di cui all'articolo 401». Nessuna delle norme recentemente approvate (come, ad esempio, la legge n. 133/08 che ha fissato gli obiettivi delle razionalizzazioni – i “tagli” – da effettuare nel triennio 2009-2011) o che sono in via di approvazione in Parlamento (come la conversione in legge del DL n. 137/08, impropriamente chiamata “riforma Gelmini”) contengono disposizioni che modificano o possono indurre cambiamenti al sistema di reclutamento attualmente vigente.
Per quanto riguarda poi disegni di legge depositati in Parlamento nel corso dell’attuale legislatura e che a vario titolo di occupano di reclutamento dei docenti, uno solo di questi prevede l’abrogazione delle graduatorie ad esaurimento e la reintroduzione dei concorsi regionali a cadenza triennale per le assunzioni in ruolo. Il suo iter parlamentare, però, non è ancora nemmeno iniziato.

Differenza tra organico di fatto e organico di diritto

Domanda: Sono stata assunta a tempo indeterminato per l'insegnamento di lettere al liceo lo scorso anno scolastico ed ho superato l'anno di prova lo scorso giugno. Ora insegno presso l'istituto nel quale sono titolare.
Vorrei capire la differenza tra organico di fatto e organico di diritto. Inoltre, come posso accertarmi se faccio parte della prima o della seconda categoria? Grazie per la gentile attenzione e buon lavoro.


Risposta: L’organico di una istituzione scolastica è costituito dalla dotazione complessiva di personale annualmente ad essa assegnata per il suo funzionamento. Per quanto riguarda il personale docente la relativa dotazione organica consiste nel numero totale di posti assegnati all’istituzione scolastica (sia cattedre, sia spezzoni di ore) per l’erogazione del servizio specifico di insegnamento; la docente nel corrente anno scolastico occupa uno dei posti in organico assegnati all’istituto nel quale è titolare.
Annualmente il MIUR provvede alla definizione della dotazione organica per le scuole del sistema di istruzione statale attraverso una procedura complessa che inizia subito dopo il termine delle iscrizioni e si sviluppa attraverso diverse fasi successive, fino ad arrivare all’assegnazione dei singoli posti ai docenti. Sulla base degli alunni iscritti e dei criteri stabiliti nelle manovre finanziarie, a livello nazionale viene determinato il numero e la tipologia di posti da assegnare: è questo l’organico di diritto, ovvero la dotazione organica revisionale per l’anno scolastico che seguirà. Questa previsione viene quindi ripartita a livello regionale e, successivamente, a livello di province e di singole istituzioni scolastiche. Quest’ultima ripartizione avviene «su proposta formulata dai dirigenti delle istituzioni scolastiche interessate, sentiti i competenti organi collegiali delle medesime istituzioni, nel limite dell’organico regionale assegnato» (art. 22, c. 3, legge n. 448/2001). L’organico di diritto di una scuola (numero di insegnamenti e posti relativi, calcolati in base alle classi attivate) è pertanto quello che il Dirigente scolastico redige sulla scorta delle previsioni di allievi iscritti nella scuola, nelle varie classi, per il successivo anno scolastico. È sull’organico di diritto che vengono effettuate praticamente tutte le operazioni di mobilità del personale di ruolo, ivi compresa l’individuazione della soprannumerarietà in caso di contrazione dei posti disponibili nella sede di titolarità. A fine anno scolastico, completati scrutini ed esami e stabilizzate le iscrizioni, si fanno i conti reali e si procede all’adeguamento dell’organico di diritto alla situazione di fatto. Vengono così definitivamente stabilizzati i posti a livello di istituto e i Dirigenti scolastici provvedono all’assegnazione dei posti ai docenti di ruolo e ai supplenti necessari.

Insegnante di educazione all'immagine nella primaria: quale ruolo nella riforma Gelmini?

Domanda: Sono una insegnante di educazione all'immagine presso una scuola primaria paritaria parificata. Nella riforma Gelmini è prevista una figura autonoma di insegnante per questa disciplina? Se no, dovranno adeguarsi anche quelle scuole private che in questi anni, come nel mio caso, hanno affidato ad uno specialista l'educazione all'immagine curricolare?

Risposta: La cosiddetta riforma Gelmini è costituita dal DL n. 137/08 attualmente in fase di conversione in legge in Parlamento. Per la scuola primaria due sono le innovazioni introdotte. La prima, operativa già da questo anno scolastico, riguarda la reintroduzione della valutazione numerica del rendimento scolastico, accanto al «giudizio analitico sul livello globale di maturazione raggiunto dall’alunno» (art. 23, c. 1); le modalità applicative debbono ancora essere emanate.
La seconda innovazione è contenuta nell’art. 4 e riguarda l’insegnante unico: «le istituzioni scolastiche della scuola primaria costituiranno classi affidate ad un unico insegnante funzionanti con carico orario di ventiquattro ore settimanali». Tale disposizione va a costituire parte integrante dell’insieme di obiettivi di razionalizzazione della spesa individuati dall’art. 64 della legge n. 133/08 (riguardante il riassetto ordinamentale, organizzativo e didattico del sistema scolastico italiano); la sua entrata in vigore è collocata nell’a.s. 2009/10, a partire dalle prime classi del ciclo.
L’ultimo periodo del comma stabilisce che «nei regolamenti si tiene comunque conto delle esigenze, correlate alla domanda delle famiglie, di una più ampia articolazione del tempo-scuola» (art. 4, comma 1), a significare che quella del maestro unico costituisce una opzione aggiuntiva rispetto a quelle già contenute nel D.L.vo n. 59/04 di riforma del I ciclo attualmente in vigore. A conferma di questo, la bozza di Piano Programmatico contenente le linee di attuazione del citato art. 64, dopo aver indicato come scelta da privilegiare quella dell’attivazione «di classi affidate ad un unico docente e funzionanti per un orario di 24 ore settimanali», ricorda che «resta comunque aperta la possibilità di una più ampia articolazione del tempo scuola» ed elenca le altre opzioni organizzative: «la prima (27 ore), corrispondente all’orario di insegnamento di cui al decreto legislativo 59/2004, con esclusione delle attività opzionali facoltative; la seconda (30 ore) comprensiva dell’orario opzionale facoltativo e con l’introduzione del maestro prevalente; quest’ultimo nei limiti dell’organico assegnato, integrabile con le risorse disponibili presso le scuole». Il Piano prevede inoltre, sempre ai sensi del D.L.vo n. 59/04, che potrà aversi anche «una estensione delle ore di lezione pari ad un massimo di 10 ore settimanali, comprensive della mensa».
In definitiva, il DL n. 137/08 sancisce un incremento delle opzioni organizzative nella scuola primaria, ma nulla innova per quanto attiene l’organizzazione dei singoli insegnamenti attivata dalle scuole nella loro autonomia.

Vedere se è possibile usare come voto i numeri decimali anche per i bambini della scuola primaria

Domanda: Con le nuove disposizioni introdotte dal decreto d’inizio anno del ministro Gelmini il voto di condotta in numeri decimali vale anche per i bambini della scuola primaria?

Risposta: No, il DL n. 137/2008, attualmente in fase di conversione in legge in Parlamento, specifica che il voto di condotta si riferisce agli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado: «Fermo restando quanto previsto dal decreto del Presidente della Repubblica 24 giugno 1998, n. 249, e successive modificazioni, in materia di diritti, doveri e sistema disciplinare degli studenti nelle scuole secondarie di primo e di secondo grado, in sede di scrutinio intermedio e finale viene valutato il comportamento di ogni studente durante tutto il periodo di permanenza nella sede scolastica, anche in relazione alla partecipazione alle attività ed agli interventi educativi realizzati dalle istituzioni scolastiche anche fuori della propria sede» (art. 2, comma 1). E da quest’anno scolastico dovrà essere espresso in decimi: «A decorrere dall’anno scolastico 2008/2009, la valutazione del comportamento è espressa in decimi» (art. 2, comma 2).
Inoltre, la valutazione della condotta, che viene «attribuita collegialmente dal consiglio di classe», «concorre alla valutazione complessiva dello studente e determina, se inferiore a sei decimi, la non ammissione al successivo anno di corso o all’esame conclusivo del ciclo»; le modalità di attribuzione verranno specificate con apposito Decreto Ministeriale: «con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca sono specificati i criteri per correlare la particolare e oggettiva gravità del comportamento al voto insufficiente, nonché eventuali modalità applicative del presente articolo» (art. 2, comma 3).

Informazione su permessi per visite mediche

Domanda: Vorrei alcuni chiarimenti sui permessi. I permessi per visita medica debbono essere recuperati? E quelli per motivi familiari?

Risposta: Il CCNL-Scuola contempla due tipologie di permessi, regolamentate ciascuna da uno specifico articolo. La prima riguarda i permessi retribuiti (art. 15), che sono attribuiti per l’intera giornata e sono così distinti:
- permessi per «partecipare a concorsi od esami: gg. 8 complessivi per anno scolastico, ivi compresi quelli eventualmente richiesti per il viaggio» e sono concessi sulla base di «idonea documentazione anche autocertificata»;
- permessi per lutti: «perdita del coniuge, di parenti entro il secondo grado, di soggetto componente la famiglia anagrafica o comunque convivente e di affini di primo grado»; tre giorni per ciascun evento, «anche non continuativi»;
- permessi «per motivi personali o familiari documentati anche mediante autocertificazione»; in totale tre giorni per anno scolastico, cui possono essere aggiunti «i sei giorni di ferie durante i periodi di attività didattica di cui all’art. 13, comma 9, prescindendo dalle condizioni previste in tale norma» se motivati e documentati come i tre precedenti;
- permesso per matrimonio, della durata di «quindici giorni consecutivi», fruibili secondo richiesta del dipendente «da una settimana prima a due mesi successivi» la data del matrimonio stesso.
Per tutti questi il dipendente ha diritto alla fruizione «a domanda», da rivolgere al Capo d’istituto; salvo quelli per eventi luttuosi, la richiesta va prodotta con congruo anticipo per consentire le necessarie sostituzioni. Tutti i permessi sopra elencati «possono essere fruiti cumulativamente nel corso di ciascun anno scolastico, non riducono le ferie e sono valutati agli effetti dell’anzianità di servizio» (c. 4) e sono retribuiti per intero «esclusi i compensi per attività aggiuntive e le indennità» (c. 5). Altri permessi retribuiti sono poi quelli «previsti da specifiche disposizioni di legge». (ad es., per l’espletamento di incarichi politici o sindacali) e quelli derivanti dalla legge n. 104/92 per l’assistenza a parenti disabili.
Altra categoria è quella dei permessi brevi (art. 16). Si tratta di permessi orari la cui durata, per il personale docente, non può superare le due ore in un giorno. Sono concessi «compatibilmente con le esigenze di servizio» e per i docenti sono attribuiti solo se le sostituzioni possono essere effettuate con personale in servizio nella scuola. Le ore fruite debbono essere recuperate, in una o più soluzioni, «entro i due mesi lavorativi successivi a quello della fruizione»; per i docenti debbono essere privilegiati i recuperi tramite supplenze o con interventi didattici integrativi, con precedenza nelle classi «dove avrebbe dovuto prestare servizio il docente in permesso». Se il recupero non risulta possibile per cause imputabili al dipendente, «l'Amministrazione provvede a trattenere una somma pari alla retribuzione spettante al dipendente stesso per il numero di ore non recuperate».

Prolungata permanenza all'estero e conseguenze economiche e di carriera

Domanda: Sono un insegnante di economia aziendale in un istituto tecnico commerciale. Attualmente sto usufruendo di un periodo di aspettativa ai sensi della legge 11 febbraio 1980, n. 26 (legge Signorello) per ricongiungimento al coniuge all'estero. Il periodo di permanenza potrebbe durare anche più anni. La mia domanda è: posso lavorare nel paese che mi ospita?

Risposta: L' aspettativa per ricongiungimento al coniuge che lavora per un lungo periodo all'estero produce al dipendente pubblico un duplice danno:
- economico, in quanto non ha diritto ad alcuna retribuzione,
- di carriera, dato che l'aspettativa non è computata «ai fini della progressione di carriera, dell' attribuzione degli aumenti periodici di stipendio e del trattamento di quiescenza e previdenza».
Per evitare che, col protrarsi dell' aspettativa, il danno diventi grave soprattutto sotto il profilo della carriera (e quindi, in particolare, pensionistico), la docente dovrebbe tentare di ottenere dalla propria Amministrazione il trasferimento su un posto eventualmente disponibile presso una sede di servizio nella località estera di temporanea residenza (art. 1, legge n. 26/80). In carenza di tale disponibilità, ha la facoltà almeno ridurre il danno economico assumendo attività lavorative presso strutture locali, però solo con contratti a tempo determinato; mentre il danno pensionistico può essere limitato provvedendo tramite la contribuzione volontaria o, successivamente, con «riscatto, in tutto o in parte, dei periodi di fruizione dell'aspettativa», secondo quanto previsto dal D.L.vo n. 184/97 (art. 3, c. 2).

Competenze nell'assegnazione delle cattedre

Domanda: Spett.le redazione, sono un docente di sostegno di ruolo e da cinque anni nello stesso istituto superiore. Per cinque anni ho seguito un ragazzo audioleso che quest'anno ha superato gli esami di quinto. Vorrei sapere visto che nella mia scuola vi sono diversi posti, se l' assegnazione della cattedra per l'anno scolastico iniziato è di competenza esclusiva del Dirigente scolastico, in quanto la cattedra che vorrei scegliere io la vorrebbe assegnare a un supplente per continuità, oppure, spetta a me docente di ruolo a scegliere rispetto al supplente. Cordiali saluti

Risposta: L'assegnazione delle cattedre spetta al Capo d'istituto, che deve decidere però nel rispetto dei criteri stabiliti appositamente dal Collegio dei docenti. Se ad esempio tra questi criteri è presente la continuità didattica e non l'anzianità di servizio o la condizione di stato giuridico (docente di ruolo o supplente), la scelta del Capo d'istituto riferita dal docente è corretta. Se lo ritiene opportuno, il Dirigente può non tener conto delle indicazioni del Collegio, ma in questo caso deve darne esplicita motivazione scritta nel dispositivo di assegnazione della cattedra.

Norma per l'incarico di coordinatore di classe

Domanda: È vero che è obbligatorio assumersi l'incarico di coordinatore di classe? C'è una norma in cui si esplicita questo obbligo?

Risposta: La normativa è un po' ambigua. La figura del coordinatore di classe non è prevista dall'ordinamento vigente e nemmeno il Contratto nazionale di categoria la prevede. Però, il dirigente può fare un ordine di servizio attraverso il quale, esercitando il proprio potere di delega, affida ad un docente la presidenza e il coordinamento di una o più sedute (tipicamente per tutto un anno scolastico, come avviene comunemente in quasi tutte le scuole); è quanto si rileva dal comma 8 dell'art. 5 del TU (D.L.vo n. 297/94): «I consigli di intersezione, di interclasse e di classe sono presieduti rispettivamente dal direttore didattico o dal preside oppure da un docente, membro del consiglio, loro delegato». I suoi compiti sono solo quelli di assicurare la regolarità della seduta, verbalizzazione compresa (che però va affidata ad altro componente del consiglio, così come previsto al comma 5 del medesimo articolo). L'ordine di servizio contenente la designazione a presiedere il consiglio di classe non può essere rifiutato, salvo che non esistano motivi oggettivi documentabili. Tutte le altre incombenze che di solito sono attribuite al cosiddetto coordinatore di classe (raccolta delle programmazioni didattiche e stesura del piano didattico della classe, rappresentanza della classe nei riguardi dei genitori - particolarmente per gli allievi con difficoltà -, collegamento con la presidenza, ecc.) non sono però codificate in alcuna norma che lo colleghi univocamente a quella del citato art. 5, c. 8. Quelle attività, che sono riconducibili più a figure interne al POF (art. 3, c. 1 del DPR n. 275/99) che non a competenze del delegato alla presidenza del consiglio di classe, debbono essere conferite all'interno del Collegio dei docenti, in sede di programmazione iniziale d'anno scolastico; non rientrando però all'interno delle attività funzionali all'insegnamento, regolate dall'art. 29 del CCNL, non sono obbligatorie e le designazioni possono essere rifiutate.
Nel caso in questione, la docente chieda che l'ordine di servizio (scritto e nominativo) contenga esplicitamente le attribuzioni e le competenze connesse con la funzione delegata. In caso di competenze diverse da quella della semplice delega a presidere il consiglio di classe, può rifiutare l'incarico (sempre per iscritto) - almeno per la parte non corrispondente a quanto previsto nel citato comma 8 dell'art. 5 del TU -, adducendo le ragioni e i riferimenti normativi sopra indicati. In caso di reiterazione senza le opportune modifiche, l'incarico deve comunque essere accettato; la docente può però riservarsi di procedere con ricorso ordinario al giudice del lavoro o all'ufficio per il contenzioso presso il CNPI.

Strade e opportunità per svolgere la professione docente nel 2008

Domanda: Sono neolaureata e desiderosa di affacciarmi alla professione docente. Quali strade in questo momento possono essere percorse da chi, come me,
si è trovata senza più le sils e si sente in un limbo e non sa come muoversi? Quali le prospettive? Grazie


Risposta: Può solo fare domanda di supplenza ai Capi d'istituto, sia delle scuole statali che paritarie dove può comunque insegnare anche senza abilitazione, ma con contratto temporaneo.
Per quanto riguarda il conseguimento dell'abilitazione, essendo stato sospeso il X ciclo della Scuola di Specializzazione all'Insegnamento Secondario in attesa delle determinazioni del parlamento in ordine alle nuove lauree specialistiche per l'insegnamento e al nuovo reclutamento, occorre attendere. A queste norme generali dovranno necessariamente accompagnarsi disposizioni a carattere temporaneo per gli aspiranti insegnati come lei già laureati ma privi di abilitazione e impossibilitati a conseguirla.
(12 settembre 2008)

Superamento del tetto di spesa per i libri di testo

Domanda: Vorrei sapere che cosa accade se il tetto di spesa per i libri di testo nelle classi della scuola superiore viene superato. Il Dirigente Scolastico ha comunicato al Collegio Docenti che occorre eliminare alcuni testi per garantire il tetto, ma credo che ciò non sia possibile. Quali sono i passi da fare? Grazie.

Risposta: La decisione in merito alle adozioni dei libri di testo rientra tra i compiti attribuiti al collegio dei docenti e in quanto tale rappresenta particolare espressione dell’autonomia didattica. Esistono tuttavia limiti oggettivi quanto all’onere finanziario complessivo che può gravare sulle famiglie degli allievi. Col DM n. 28/08 il MPI ha stabilito l’importo complessivo massimo relativo alla dotazione libraria necessaria per ciascun indirizzo della secondaria superiore statale, che deve essere assunto come limite all’interno del quale i docenti sono tenuti ad operare le proprie scelte per il prossimo anno scolastico. Le indicazioni operative sono state emanate con la CM n. 9/08 che, a proposito di “tempi e modalità per l’adozione”, richiama i dirigenti scolastici delle scuole secondarie di I e II grado a prestare particolare attenzione al rispetto dei limiti di spesa indicati nel DM e li invita a «porre in essere una attenta opera di sensibilizzazione nei confronti del collegio dei docenti, affinché le scelte effettuate siano tali da consentire il rispetto dei limiti di spesa» stabiliti. Tanto più che gli elenchi delle adozioni effettuate nelle singole scuole saranno subito sottoposti a verifica da parte del Direttore dell’USR competente; il mancato rispetto del tetto massimo di spesa sarà oggetto di contestazione al dirigente scolastico, che verrà quindi invitato «a far conoscere le relative motivazioni». Anche a tal fine la CM stabilisce che, nel caso in cui il collegio dei docenti, con «scelta adottata motivatamente», deliberi adozioni per un spesa complessiva superiore ai limiti stabiliti nel DM, «la decisione deve essere approvata dal consiglio di istituto (art. 2, comma 4 del decreto ministeriale n. 547/1999)».
Al computo della spesa complessiva non concorrono i testi che risultano solamente “consigliati”.

Libri di testo e variazioni nella scuola primaria

Domanda: Lo scorso anno scolastico per la classe prima elementare è stato adottato un testo di cui è disponibile, degli stessi autori, anche il sussidiario per il primo ciclo. Vorrei sapere se è vincolante proseguire con questo o se per la seconda e la terza si può cambiare il testo. Grazie.

Risposta: Il percorso della scuola primaria è ripartito in tre periodi didattici: un monoennio iniziale e due bienni; a ciascun periodo didattico corrisponde una specifica dotazione libraria: libro della prima classe, sussidiario per II e III classe, sussidiario dei linguaggi e sussidiario delle discipline sia per la IV che la V, libro di inglese per tutte le classi. La CM n. 39 del 23 aprile 2007, relativa alle adozioni dei libri di testo per l’a.s. 2007/08 prevedeva: «i docenti attualmente impegnati nelle classi terminali della scuola primaria avranno, di norma, cura di proporre al collegio dei docenti la scelta dei testi per le classi I, II e III, mentre i docenti impegnati nelle classi terze, i testi per le classi IV e V». La disposizione, però, non è perentoria. Se lo scorso anno la scelta è stata effettuata esclusivamente per il testo della prima classe, nulla osta per l’adozione di sussidiari di II e III di autori diversi o proposti da altre case editrici. In caso contrario è più complicato cambiare editore e autori, ma non impossibile. La proposta di diversa adozione, corredata delle opportune motivazioni di ordine didattico ed eventualmente economico oltre al prescritto parere del consiglio di classe, deve essere portata all’attenzione del collegio dei docenti; questo, se lo riterrà opportuno, potrà legittimamente approvare la variazione.

Margini di libertà per testo di storia

Domanda: Cari amici, durante la riunione per materia è stata approvata l'adozione di un testo di storia di mio interesse.
Alcune settimane dopo una collega, allora assente, mi ha comunicato che aveva deciso di non dare più il suo consenso a quella adozione, ma che intendeva proporne un'altra ed essendo persona influente ha convinto almeno una delle altre colleghe (frequentanti l'anno di prova ) a ritrattare ed a sottoscrivere la sua richiesta per il suo nuovo testo (più caro ) nella presentazione ai genitori di 2 consigli di classe.
Ora, se la situazione non cambia, non resta che attendere la decisione del collegio.
Quali margini di libertà e di azione mi restano?


Risposta: La nostra amica deve comunque portare la proposta in collegio e, in quella sede, evidenziare il minor prezzo di copertina del suo testo.
Tutta la questione è regolamentata dalla Nota n. 2237/08 e dal DM n. 28/08, che stabilisce il tetto massimo di spesa per ciascun anno di corso.
In ogni caso, non è scritto da nessuna parte che i testi debbano essere gli stessi per tutte le classi e quindi può chiedere che, per le proprie classi, venga adottato quello da lei proposto; a maggior conforto porterà il costo minore.

Aspettativa per ricongiungimento al coniuge all'estero

fac-simile-domanda-aspettativa-per-ricongiungimento-al-coniuge.pdf38 KB

Domanda: Sono insegnante di ruolo. Mio marito lavora all’estero per sua scelta e non per conto dello Stato italiano. Ho diritto ad usufruire di aspettativa per ricongiungimento al coniuge all’estero secondo la legge Signorello?

Risposta: La risposta è affermativa. La legge 11 febbraio 1980, n. 26 – cosiddetta legge Signorello – ha stabilito che «L’impiegato dello Stato, il cui coniuge – dipendente civile o militare della pubblica amministrazione – presti servizio all’estero, può chiedere di essere collocato in aspettativa qualora l’amministrazione non ritenga di poterlo destinare a prestare servizio nella stessa località in cui si trova il coniuge, o qualora non sussistano i presupposti per un suo trasferimento nella località in questione» (art. 1). Con la legge n. 333/1985 tale beneficio è stato esteso ai coniugi (dipendenti statali) di soggetti non dipendenti statali che lavorino temporaneamente all’estero: «Il dipendente statale, il cui coniuge presti servizio all’estero per conto di soggetti non statali, può chiedere il collocamento in aspettativa a norma della L. 11 febbraio 1980, n. 26».
Ai sensi di tale legge, l’aspettativa in questione «può avere una durata corrispondente al periodo di tempo in cui permane la situazione che l’ha originata» (servizio all’estero del coniuge), ma «può essere revocata in qualunque momento per ragioni di servizio o in difetto di effettiva permanenza all’estero del dipendente in aspettativa». Inoltre, non da diritto ad alcuna retribuzione e non è computata «ai fini della progressione di carriera, dell’attribuzione degli aumenti periodici di stipendio e del trattamento di quiescenza e previdenza»; il D.L.vo n. 184/97 ha reso comunque possibile «procedere al riscatto, in tutto o in parte, dei periodi di fruizione dell’aspettativa».
Qualora l’aspettativa dovesse protrarsi per più di un anno, «l’amministrazione ha facoltà di utilizzare il posto corrispondente ai fini delle assunzioni»; in tal caso, al rientro dall’aspettativa il docente viene collocato in soprannumero con diritto al recupero del posto non appena se ne verifichi la disponibilità. Nel caso di lunghi periodi di permanenza del coniuge all’estero, al fine di ridurre il danno economico e di carriera, è bene per il docente esperire in via prioritaria il tentativo di ottenere dalla propria Amministrazione il trasferimento presso la sede di servizio nella località in questione (ai sensi del succitato art. 1).
La domanda di aspettativa per ricongiungimento al coniuge, corredata dalla certificazione attestante le condizioni stabilite dalla legge n. 26/80, va indirizzata al Capo d’Istituto della scuola di servizio con la specifica della durata dell’aspettativa e l’impegno esplicito a certificare periodicamente il perdurare delle condizioni lavorative del coniuge.

Richiesta per passare al sostegno

Domanda: Sono docente di ruolo (A050) di Materie Letterarie da più di vent'anni, pur non essendo sovranumeraria, vorrei sapere se posso chiedere il passaggio sul sostegno e quali requisiti sono richiesti. Attualmente non dispongo dell' Abilitazione sul sostegno.
Eventualmente esistono per il mio caso dei Corsi che consentano la variazione di ruolo?
Grazie dell'attenzione e buon lavoro


Risposta: I passaggi di ruolo sono possibili solo tra classi di concorso o tra ordini di scuola. Il sostegno non ha nell'ordinamento italiano classe di concorso, quindi si può avere un incarico su sostegno solo a partire dalle apposite graduatorie provinciali, per le quali occorre il possesso del titolo specifico. Questo si consegue attualmente nelle sedi universitarie all'interno dei corsi SSIS (Scuole di Specializzazione per l'Insegnamento Secondario).
Al momento non è prevista la possibilità di passaggio di ruolo da cattedra ordinaria a cattedra sul sostegno.

Anno sabbatico e aspettativa: chiarimenti

Domanda: Vorrei sapere se aspettativa e anno sabbatico sono la stessa cosa oppure si può usufruire sia dell’una che dell’altro.

Risposta: L’anno sabbatico è una particolare tipologia di aspettativa non retribuita «aggiuntiva di quella per motivi di famiglia e di studio» (CM n. 165/2000), è stata introdotta con la legge n. 448/98 e ne possono usufruire «docenti e i dirigenti scolastici che hanno superato il periodo di prova» per la «durata massima di un anno scolastico ogni dieci anni» (art. 26, comma 14).
Le aspettative del personale scolastico sono regolate all’art. 18 del Contratto-Scuola vigente (CCNL 2006/2009), che per quelle relative a motivi di famiglia e assimilati (anno sabbatico compreso) rinvia agli «artt. 69 e 70 del T.U. approvato con D.P.R. n. 3 del 10 gennaio 1957» e alle «leggi speciali che a tale istituto si richiamano» (comma 1); la disposizione vale sia per i docenti di ruolo, sia per quelli con contratto annuale o fino al termine delle lezioni. Per il personale docente l’aspettativa è erogata dal dirigente scolastico.
Il periodo sabbatico, come l’aspettativa per famiglia cui è assimilato, non dà diritto a retribuzione e non è utile ai fini alla maturazione della carriera, né del trattamento di quiescenza e previdenza. Essendo un’ aspettativa di carattere “aggiuntivo”, è prevista «la possibilità di cumulo con le altre fattispecie di aspettativa già previste dalla normativa contrattuale» (CM n. 165/2000).

Rimborso spese per autoaggiornamento

Domanda: Sono un insegnante di un istituto superiore. Mi interesserebbe sapere se è ancora in vigore la normativa relativa al rimborso delle spese di autoaggiornamento dei docenti e/o se sono cambiate le modalità in proposito. Le spese, s'intende, riguardano l'anno 2007.
Grazie per l'attenzione.


Risposta: La normativa specifica (legge n. 448/2001 e Direttiva n. 70/2002) è ancora in vigore, ma da tempo non esiste più un finanziamento finalizzato esclusivamente all’autoaggiornamento. Le scuole, infatti, ricevono annualmente fondi per la formazione e l’aggiornamento di tutto il personale scolastico, che poi vengono distribuiti su specifiche iniziative in fase di redazione del Piano annuale dell’istituzione scolastica; per quanto riguarda i docenti, le iniziative di formazione e aggiornamento sono deliberate – in genere tra settembre e ottobre – dal Collegio dei docenti.
Ogni anno il ministero emana in proposito una Direttiva, nella quale sono specificate le iniziative attuabili e la norma di riferimento per i criteri di identificazione. Per l’intero 2007 valgono le Direttive n. 29/2006 e n. 47/2007; nell’identico art. 4 entrambe inseriscono l’autoaggiornamento fra le iniziative praticabili, purché realizzate «secondo le tipologie e le modalità definite dall’art. 3 della Direttiva n. 70/2002». Questo articolo a sua volta stabilisce che:
«Le iniziative rimborsabili per iniziative di autoaggiornamento sono riconducibili, di massima, alle seguenti tipologie:

  • iniziative di formazione promosse da enti accreditati o qualificati, ai sensi del D.M. 177/2000;
  • corsi di specializzazione universitaria (master, borse di ricerca etc.)
  • stages presso aziende;
  • acquisto di libri e sottoscrizione di abbonamenti a riviste specializzate;
  • acquisto di software didattici;
  • abbonamenti a siti telematici e canoni».
Pertanto, anche per il 2007 l’autoaggiornamento è rimborsabile solo se il Collegio dei docenti ne ha previsto esplicitamente il riconoscimento; in tal caso, la cifra massima rimborsabile deve essere stata definita nel Piano annuale della scuola.
Accanto ai rimborsi, la Finanziaria 2008 (legge n. 244/07) ha previsto anche la possibilità di detrarre parte delle spese per autoaggiornamento sostenute nel corso dell’anno.
L’art. 1, comma 207, stabilisce infatti che: «Per l’anno 2008 ai docenti delle scuole di ogni ordine e grado, anche non di ruolo con incarico annuale, ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, spetta una detrazione dall’imposta lorda e fino a capienza della stessa nella misura del 19 per cento delle spese documentate sostenute ed effettivamente rimaste a carico, fino ad un importo massimo delle stesse di 500 euro, per l’autoaggiornamento e per la formazione».
In altri termini, dalla dichiarazione dei redditi del 2009 per il 2008 (e solo per questo anno) tutti i docenti di ogni ordine e grado, con la sola esclusione dei supplenti temporanei, potranno detrarre per autoaggiornamento e formazione fino a 95 euro, che corrispondono al 19% di un importo massimo di spesa documentato pari a 500 euro.

Condizioni per usufruire dell'anno sabbatico

Domanda: Ho sentito parlare di anno sabbatico e vorrei sapere se è previsto anche per gli insegnanti ed eventualmente a quali condizioni.

Risposta: È detta “anno sabbatico” una particolare tipologia di aspettativa, non retribuita, che si aggiunge a quelle di cui possono avvalersi anche i docenti di ruolo; è stata introdotta con la legge Finanziaria ’99, la n. 448/98, che al comma 14 dell’art. 26 prevede: «I docenti e i dirigenti scolastici che hanno superato il periodo di prova possono usufruire di un periodo di aspettativa non retribuita della durata massima di un anno scolastico ogni dieci anni». La CM n. 165 del 19 giugno 2000 ha poi fornito chiarimenti su termini e modalità di applicazione della legge. Innanzitutto la qualificazione dell’aspettativa, da considerare «come una tipologia aggiuntiva di quella per motivi di famiglia e di studio», già previste nel contratto di lavoro, e in quanto tale da ricondurre «nell’ambito della disciplina di carattere generale stabilita dagli artt. 69 e 70 del DPR 10/1/1957, n. 3 per l’aspettativa per motivi di famiglia». Da tale equiparazione discende che per i docenti l’autorizzazione è concessa dal Capo d’istituto, «entro un mese» dalla presentazione della domanda da parte dell’interessato. La circolare precisa che i periodi di aspettativa spettano di diritto, «senza pertanto la richiesta di specifiche motivazioni per la loro fruizione, compatibilmente, però, con le esigenze di servizio valutate dal capo d’istituto per i docenti». Ai sensi dell’art. 69 del DPR n. 3/57 il Capo d’istituto ha la facoltà, «per ragioni di servizio da enunciarsi nel provvedimento, di respingere la domanda, di ritardarne l’accoglimento e di ridurre la durata dell’aspettativa» e anche di disporre la revoca della concessione per motivate ragioni di servizio.
Il periodo sabbatico non può eccedere la durata massima di un anno, durante il quale il dipendente «non ha diritto ad alcun assegno». L’aspettativa può essere fruita anche per periodi di tempo inferiori, che saranno fra loro cumulati fino al limite dei complessivi dodici mesi; la circolare precisa però che «sarebbe opportuno» che «venisse fruita in un’unica soluzione … al fine di garantire la continuità didattica», invito esplicito ad evitare interruzioni brevi del servizio tali da danneggiare gli allievi nel corso dell’anno. A questo proposito vale inoltre ricordare l’assimilazione dell’aspettativa per anno sabbatico a quella per motivi di famiglia; questa, per quanto riguarda il cumulo di periodi inferiori all’anno, è regolata dall’art. 70 del citato DPR n. 3/57, il cui comma 1 dispone che «due periodi di aspettativa per famiglia si sommano, agli effetti della determinazione del limite massimo di durata previsto dall’art. 69 (un anno, ndr), quando tra essi non interceda un periodo di servizio attivo superiore a sei mesi». Nel caso in cui il dipendente si avvalga di un periodo sabbatico inferiore all’anno, se non vuol perdere il diritto al periodo rimanente, deve usufruirne entro sei mesi; in caso contrario non potrà più disporre di questo tipo di aspettativa prima del compimento dei dieci anni di servizio, computati a partire dalla data d’inizio del primo periodo.
L’assimilazione all’aspettativa per motivi di famiglia implica che il periodo sabbatico non vada computato «ai fini di carriera né del trattamento di quiescenza e previdenza». Tuttavia, la stessa legge n. 448/98, nella seconda parte del comma 14 dell’art. 26, stabilisce che i beneficiari dell’aspettativa «possono provvedere a loro spese alla copertura degli oneri previdenziali»; pertanto, è precisato nella circolare, il personale interessato può provvedere secondo«le modalità stabilite dall’art. 5 del D.L.vo 16/9/1996, n. 564» – tramite cioè la prosecuzione volontaria dei versamenti –, oppure con successivo riscatto.
La CM 165/2000 prevede per il periodo sabbatico «la possibilità di cumulo con le altre fattispecie di aspettativa già previste dalla normativa contrattuale».

Aspettativa per dottorato per docente di ruolo

Domanda: Sono stato immesso in ruolo quest’anno e sto completando l’anno di prova. Da pochi giorni ho avuto conferma i aver vinto una borsa di studio per dottorato di ricerca. La borsa dura tre anni, si svolge presso una università straniera ed inizia col prossimo anno accademico; entro maggio debbo comunicare l’accettazione della borsa. Vorrei sapere se posso chiedere un’aspettativa per frequentare il dottorato e se ci sono problemi con il ruolo.

Risposta: Nessun problema, in quanto l’attività di studio e ricerca è considerata parte costitutiva del profilo professionale del docente ed è sostenuta ed incoraggiata anche al di fuori dell’ambiente scolastico. In tale ottica, sono previsti appositi istituti normativi che garantiscono a tutti gli insegnanti di poter usufruire di congedi straordinari per dottorato di ricerca, borse di studio post-dottorato e assegni di studio per ricerca. La CM n. 120 del 4 novembre 2002 fornisce una sintesi applicativa di tutta la normativa di riferimento e delle successive integrazioni.
La legge n. 476 del 13 agosto 1984, all’art. 2, comma 1, ha inizialmente stabilito che: «il pubblico dipendente ammesso ai corsi di dottorato di ricerca è collocato a domanda in congedo straordinario per motivi di studio senza assegni per il periodo di durata del corso ed usufruisce della borsa di studio ove ricorrano le condizioni richieste». La successiva CM n. 376/1984 ha chiarito che: «il congedo straordinario senza assegni debba essere richiesto anche da quanti, pur ammessi al dottorato su posti liberi e con diritto alla borsa di studio, abbiano successivamente vinto una cattedra nella scuola o siano inquadrati nei ruoli del pubblico impiego» e che quindi anche i vincitori di cattedra che non possono assumere servizio perché impegnati nel dottorato, debbono essere collocati in congedo straordinario. Ad integrare questa normativa è arrivata poi la legge n. 448/2001 (art. 52, comma 57), stabilendo che: «in caso di ammissione a corsi di dottorato di ricerca senza borse di studio, o di rinuncia a questa, l’interessato in aspettativa conserva il trattamento economico, previdenziale e di quiescenza in godimento da parte dell’amministrazione pubblica presso la quale è instaurato il rapporto di lavoro. Qualora, dopo il conseguimento del dottorato di ricerca, il rapporto di lavoro con l’amministrazione pubblica cessi per volontà del dipendente nei due anni successivi, è dovuta la ripetizione degli importi corrisposti ai sensi del secondo periodo».
La CM n. 120/02 così riassume le disposizioni citate:
«Dalla normativa richiamata si ricavano i seguenti precetti fondamentali:

  • il congedo straordinario per il borsista è un diritto e non dipende da alcuna decisione discrezionale dell’Amministrazione (dirigente scolastico);
  • la concessione del congedo straordinario non è subordinata all’effettuazione dell’anno di prova;
  • la richiesta di congedo non è commisurata a mesi o ad un anno, ma all’intera durata del dottorato;
  • il dipendente pubblico che cessa o viene escluso dal dottorato ha il dovere di riassumere immediatamente servizio presso la sede di titolarità;
  • il periodo di congedo straordinario è utile ai fini della progressione di carriera, del trattamento di quiescenza e di previdenza, ai sensi del comma 2 dello stesso art. 2 della legge 476/84. Utili chiarimenti in merito sono stati forniti dall’INPDAP – Direzione Centrale Prestazioni Previdenziali – con nota prot. n. 1181 del 19 ottobre 1999».
Per quanto riguarda le borse di studio all’estero la CM n. 120/02 ricorda che «la legge finanziaria del 23-12-1992, n. 498, art. 4, comma 2, ha ulteriormente esteso il congedo straordinario senza assegni per motivi di studio, stabilendo testualmente che "al personale assegnatario di borse di studio da parte di Amministrazioni statali, di Enti pubblici, di Stati ed Enti stranieri, di Organismi o Enti internazionali, si applica il disposto di cui all'art.2 della legge 13-8-1984, n. 476"». Il precetto è stato quindi integralmente ripreso nell’art. 453, comma 9, del Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di istruzione (D.L.vo n. 297/94); ad esso rinvia espressamente il Contratto Collettivo di lavoro vigente, che all’art. 18, comma 2, si occupa di aspettativa per motivi di studio e ricerca.
La CM n. 120/02 specifica da ultimo che, per quanto concerne le borse di dottorato o assimilati, «la legge prevede esplicitamente il collocamento in congedo straordinario indipendentemente dal superamento del periodo di prova; in tal caso l'adozione dei singoli provvedimenti di congedo o aspettativa, rientra nella competenza del Dirigente scolastico».
In sintesi:
  1. il congedo straordinario per dottorato di ricerca è un diritto per il docente e non può essere rifiutato dall’amministrazione scolastica, nemmeno se l’impegno di ricerca è collocato fuori dal territorio nazionale;
  2. il congedo deve essere concesso anche se il periodo di prova non è stato completato o nemmeno iniziato, potendolo il docente differire al rientro in servizio una volta terminato l’impegno col dottorato;
  3. il periodo di congedo è pari alla durata dell’intero dottorato, fino alla discussione della tesi finale, ed è valido a tutti gli effetti pensionistici e previdenziali;
  4. il docente può scegliere l’opzione a sé più vantaggiosa tra la conservazione dello stipendio o la borsa di studio (combinato disposto delle leggi n. 476/84, art. 2, e n. 448/01, art. 52 – c. 57).
La domanda di congedo straordinario deve essere indirizzata al capo d’istituto, corredandola con un certificato del Rettorato dell’Università sede di dottorato comprovante l’avvenuta ammissione; non esistono vincoli temporali per l’inoltro. Copia della domanda deve essere inviata dall’interessato al Direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale.

Obbligo di domanda di commissario Esame di Stato per insegnante part-time

Domanda: Sono una docente di ruolo ed insegno matematica al triennio di un istituto tecnico industriale, sezione Elettronica e Telecomunicazioni. Per motivi familiari, da quest’anno sono in part-time, con 10 ore la settimana (4 ore in una terza e 3 in due quarte). Nonostante tra le mie classi non ci sia una quinta, il preside ha detto che sono ugualmente obbligata a fare la domanda come commissaria agli esami di Stato, in quanto la matematica rientra tra le materie dell’ultimo anno. È davvero così?

Risposta: L’affermazione del dirigente scolastico è parzialmente scorretta. I docenti in part-time, infatti, non sono tenuti a produrre domanda di partecipazione agli esami di Stato; si tratta di una facoltà e non di obbligo.
Le indicazioni ministeriali per la formazione delle commissioni dell’esame di Stato conclusivo dei corsi di istruzione secondaria superiore sono state fornite con la CM n. 20 del 4 febbraio 2008. Al punto 2.1 la circolare specifica quali docenti sono obbligati alla presentazione della scheda di partecipazione alla commissione d’esame, sia come presidenti, sia come commissari; fra questi rientrano anche coloro che, con contratto a tempo indeterminato, insegnano «nelle classi non terminali, discipline rientranti nei programmi di insegnamento dell’ultimo anno dei corsi di studio». Terminato l’elenco degli “obbligati”, la circolare precisa che «tra i docenti appartenenti alle categorie di cui sopra non sono compresi coloro che prestano servizio con rapporto di lavoro a tempo parziale e i docenti di sostegno. I docenti con rapporto di lavoro a tempo parziale hanno, tuttavia, la facoltà di presentare la scheda di partecipazione alla commissione d’esame in qualità di presidenti e/o commissario esterno e possono essere designati commissari interni». La docente non è quindi tenuta a fare domanda, se non lo desidera.

Attribuzione del voto finale agli esami di qualifica professionale del terzo anno

Domanda: Insegno in un istituto professionale ad indirizzo turistico e grafico. Vorrei conoscere il vostro parere in merito ad una questione relativa all’attribuzione del voto finale agli esami di qualifica professionale del terzo anno.
Il Pof del nostro istituto prevede solo una valutazione da 1 a 1°, pertanto alla fine del terzo anno la valutazione degli esami, per l’attribuzione del voto di qualifica avviene facendo una media delle prove in decimi.
Durante un Collegio dei docenti è stata sollevata la questione che la valutazione debba prevedere obbligatoriamente, secondo la normativa vigente anche la valutazione negativa. Ma ciò non è in contrasto con le indicazioni ministeriali?


Risposta: Nessun dubbio che la valutazione del profitto nella scuola secondaria di secondo grado italiana debba essere espressa in decimi; senza dover andare a scomodare vecchi regi decreti, sono comunque tanti in proposito i riferimenti rintracciabili nella normativa più recente.
Uno per tutti, l’art. 193 del Testo Unico (D.L.vo n. 297/94), che a proposito di scrutini finali afferma: «la promozione è conferita agli alunni che abbiano ottenuto voto non inferiore a sei decimi in ciascuna disciplina o gruppo di discipline».
Cosa diversa solo gli esami finali, per i quali la specifica normativa stabilisce una valutazione da esprimersi più analiticamente in centesimi. È il caso degli esami di Stato conclusivi dell’istruzione secondaria di secondo grado, ma anche degli esami di qualifica in uscita al terzo anno dell’istruzione professionale; ciascuno ha una propria regolamentazione quanto a modalità di svolgimento ed un particolare meccanismo per l’attribuzione del punteggio finale.
Degli esami di qualifica professionale si occupa l’art. 27 dell’Ordinanza Ministeriale n. 90/2001, che ancora oggi li regolamenta in attesa dell’attuazione delle modifiche introdotte dal nuovo Titolo V della Costituzione.
A differenza degli esami di Stato (ex maturità) quelli di qualifica, che hanno commissione praticamente tutta interna, si articolano in due momenti. Il primo è collocato nell’ultima parte del secondo quadrimestre (poco prima del termine delle lezioni) e consiste nel sottoporre gli allievi alle cosiddette “prove strutturate o semistrutturate”, scopo delle quali è «verificare il conseguimento degli obiettivi cognitivi e formativi individuati nelle diverse discipline».
A queste segue lo scrutinio, che «costituisce la prima parte della valutazione» finale ed avviene tenendo conto «degli elementi di valutazione derivanti dal curriculum e dalle prove strutturate o semistrutturate».
Lo scrutinio si conclude «con un giudizio analitico e un voto, espresso in decimi, per ciascuna materia, …e con un voto di ammissione espresso in centesimi» (comma A-6).
Le modalità per il calcolo del voto di ammissione sono deliberate dal Collegio dei docenti e debbono tener conto oltre che del curriculum scolastico dell’allievo e degli esiti delle prove strutturate, anche degli eventuali tirocini aziendali e dei crediti formativi documentati.
La seconda fase è quella dell’esame vero e proprio ed è costituita da due prove volte a verificare «l’acquisizione delle abilità richieste» dal profilo della qualifica.
La prima riguarda «l’accertamento delle abilità linguistico-espressive e delle capacità di comprensione e valutazione»; la seconda è finalizzata alla verifica delle competenze e delle abilità professionali. L’esame non prevede prove orali, che tuttavia possono essere disposte dalla Commissione, anche a richiesta dei candidati, per approfondire la valutazione o elevarla; «le prove d’esame possono dare diritto fino a 10 punti».
Al termine dell’esame la Commissione formula il giudizio e la valutazione dell’allievo assegnando «un voto unico che può modificare, in senso positivo o negativo, nell’ambito dei dieci punti a disposizione, il voto di ammissione, determinando in tal modo la valutazione finale dell’esame di qualifica» (comma B-8).
È ancora il Collegio dei docenti a dover stabilire le modalità di attribuzione del punteggio, fornendo una opportuna scala di valutazione delle prove d’esame tra le quali i 10 punti verranno suddivisi.
Di solito, la scala di valutazione contiene valori negativi e positivi, non necessariamente ripartiti in modo uguale sia rispetto al segno sia rispetto alle prove (ad es., da -4 a +4 per l’area linguistica e da -6 a +6 per quella professionale; oppure: da -2 a +3 per la prima prova e da -3 a +7 per la seconda, ecc.).
Si registrano, però, anche delibere che assegnano un punteggio esclusivamente positivo fino al massimo dei 10 punti, riservando 0 punti a prestazioni d’esame giudicate altamente scadenti.
Il voto finale, espresso in centesimi, sarà dato dalla somma algebrica del voto di ammissione con quello relativo alle prove d’esame; il candidato «risulta qualificato quando riporta un punteggio complessivo di sessanta punti per cento».
Una prestazione d’esame particolarmente scadente può anche portare ad un voto finale inferiore a quello di ammissione e, al limite, anche determinare la non promozione.

Volontariato e ripetizione privata

Domanda: Insegno Lettere in un istituto tecnico e nel tempo libero faccio volontariato presso un Centro di aiuto allo studio che raccoglie diversi studenti della città e dintorni. Ovviamente non ricevo alcun tipo di compenso o rimborso spese per il mio servizio. Vorrei sapere se questa attività è configurabile come ripetizione privata.

Risposta: La questione è delicata perché rientra nella disciplina delle incompatibilità; va affrontata sotto due aspetti, entrambi desumibili dall’art. 508 del D.L.vo n. 297/94, Testo Unico delle disposizioni sulla scuola. Il primo riguarda l’esplicito divieto stabilito al comma 1: «Al personale docente non è consentito impartire lezioni private ad alunni del proprio istituto»; il secondo riguarda l’obbligo disposto al comma 2: «Il personale docente, ove assuma lezioni private, è tenuto ad informare il direttore didattico o il preside, al quale deve altresì comunicare il nome degli alunni e la loro provenienza». Detti obblighi sono connessi con quanto sancito al successivo comma 5: «Nessun alunno può essere giudicato dal docente dal quale abbia ricevuto lezioni private; sono nulli gli scrutini o le prove di esame svoltisi in contravvenzione a tale divieto».
Il docente che intenda fornire lezioni private non ha l’obbligo di chiederne autorizzazione al Capo d’istituto, è tenuto però a dargliene comunicazione, anche se la prestazione non è a titolo oneroso per l’allievo. Inoltre, la comunicazione deve contenere almeno la precisazione che l’attività in questione non si rivolge ad allievi della scuola in cui egli presta servizio. Sia la contravvenzione al dettato del primo comma, sia l’omissione della comunicazione di attività possono costituire – qualora le infrazioni fossero accertate – oggetto di rilievo sul piano disciplinare.
Nel caso specifico è sufficiente che l’insegnante dia formale comunicazione al Dirigente scolastico della propria attività nel Centro, chiarendo il tipo di opera in cui si impegna. È altresì utile che contestualmente dichiari, sotto la propria responsabilità, che provvederà ad astenersi dal prestare la propria opera professionale nei confronti di allievi dell’istituto di titolarità che dovessero usufruire dei servizi del Centro

Permessi per il diritto allo studio

Domanda: Sono titolare di una supplenza annuale con contratto fino al termine delle lezioni. Nel prossimo mese di maggio debbo sostenere alcuni esami all’università; la sede universitaria è lontana da quella di servizio, tanto che non riesco a rientrare in giornata. A quanti giorni di permesso ho diritto?

Risposta: Per il diritto allo studio, fino ad un massimo di 8 giorni compreso il viaggio e senza retribuzione.
Il CCNL-Scuola stabilisce che ai docenti con contratto a tempo determinato «sono concessi permessi non retribuiti, per la partecipazione a concorsi od esami, nel limite di otto giorni complessivi per anno scolastico, ivi compresi quelli eventualmente richiesti per il viaggio» (art. 19, comma 7). I permessi sono fruibili anche frazionati, fino alla concorrenza degli 8 giorni complessivi. La concessione dei permessi è a discrezione del dirigente scolastico; eventuali dinieghi debbono comunque essere adeguatamente motivati per iscritto.
Si consiglia di produrre la domanda, eventualmente corredata da idonea documentazione, con un congruo anticipo; al rientro in sede è poi opportuno produrre l’attestato di partecipazione all’attività per la quale era stato richiesto il permesso.

Scegliere il part-time: le informazioni di riferimento

Domanda: Insegno lettere in un istituto tecnico e sono di ruolo da oltre 20 anni. Motivi familiari contingenti mi mettono in condizione di dover ridurre il mio impegno lavorativo; in segreteria scolastica mi è stato consigliato di scegliere il part-time per il prossimo anno scolastico. Vorrei informazioni più precise in proposito

Risposta: Per il personale docente il rapporto di lavoro a tempo parziale è regolato dall’OM n. 446/97, dall’art. 39 del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro 2006/09 e dai rinvii normativi in questo indicati.
Alla costituzione del rapporto di lavoro part-time ha accesso – anche all’atto dell’assunzione a tempo indeterminato – il personale di ruolo statale delle scuole di ogni ordine e grado. La durata minima è fissata in due anni scolastici, trascorsi i quali si può chiedere il ritorno al tempo normale; per particolari comprovate necessità, e subordinatamente alla disponibilità della cattedra intera nell’organico di diritto, è possibile chiede il rientro al tempo normale anche dopo un anno.
Qualora dopo i due anni il docente decida per la prosecuzione in part-time, non è necessario chiedere la proroga del contratto, che prosegue automaticamente.
Il numero di rapporti di lavoro a tempo parziale non può superare, in ciascuna provincia, il limite del 25% delle dotazioni organiche a tempo pieno di ciascun ruolo o classe di concorso; a tal fine ogni anno vengono stilate le graduatorie rispetto alle quali saranno disposti i contratti.
La durata minima delle prestazioni in part-time deve essere di norma pari al 50% di quella a tempo pieno; per le classi di concorso che comprendono più discipline l’orario ridotto è commisurato alla scindibilità del monte orario di ciascun insegnamento. La durata della prestazione lavorativa settimanale deve risultare dal contratto part-time individuale.

Tipologie di part-time
Tre sono le modalità secondo cui «il tempo parziale può essere realizzato:
a) con articolazione della prestazione di servizio ridotta in tutti i giorni lavorativi (tempo parziale orizzontale);
b) con articolazione della prestazione su alcuni giorni della settimana del mese, o di determinati periodi dell’anno (tempo parziale verticale);
c) con articolazione della prestazione risultante dalla combinazione delle due modalità indicate alle lettere a e b (tempo parziale misto), come previsto dal d.lgs. 25.02.2000, n. 61
» (art. 39 - comma 7, CCNL 2006/09).

Obblighi di servizio
I docenti in part-time sono esclusi «dalle attività aggiuntive di insegnamento aventi carattere continuativo» (art. 39, c. 8), mentre sono tenuti sia a svolgere gli adempimenti individuali (preparazione delle lezioni e correzione degli elaborati, rapporti individuali con le famiglie, ecc.), sia a partecipare alle attività collegiali; di norma, queste attività sono computate in misura proporzionale all’orario di part-time stabilito nel contratto individuale, rispetto al monte ore complessivo previsto per quello a tempo pieno.
Trattamento economico, previdenziale e di fine rapporto
La retribuzione del docente in part-time è proporzionale alla prestazione lavorativa; le ritenute e i contributi previdenziali ed assicurativi saranno applicati sulla retribuzione effettivamente percepita.
Ai fini della maturazione del diritto alla pensione, tutti gli anni in part-time sono utili per intero, mentre per il calcolo del trattamento di pensione e della buonuscita i periodi a tempo ridotto sono computati proporzionalmente all’orario effettivamente svolto (ad es., con un part-time al 50% dell’orario a tempo pieno, l’annualità ai fini economici risulta dimezzata). Per compensare tale riduzione è possibile versare volontariamente i contributi relativi alla parte di orario non prestato, sia con la prosecuzione volontaria compensativa durante la prestazione ridotta, sia ricorrendo successivamente alla procedura del riscatto (d.lgs. n. 564/96, art. 8).

Ferie
I docenti in part-time orizzontale hanno diritto ad un numero di giorni di ferie e festività soppresse pari a quello dei docenti a tempo pieno; quelli che hanno optato per il part-time verticale hanno diritto ad un numero di giorni proporzionale alle giornate di lavoro prestate nell’anno.

La domanda
Salvo possibile diversa determinazione del MPI, la domanda per accedere al tempo parziale deve essere presentata entro il 15 marzo dell’anno scolastico precedentequello per cui si fa richiesta.
La domanda, indirizzata all’Ufficio Scolastico Regionale – USP della Provincia di servizio, va inoltrata per tramite del Dirigente scolastico della scuola di titolarità. Oltre ai dati anagrafici e di servizio, la richiesta deve indicare la tipologia (o le tipologie) di part-time cui si intende accedere e debbono essere esplicitati i titoli di precedenza posseduti, elencati in ordine di priorità. Di seguito è riportato un fac-simile della domanda.